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domenica 18 gennaio 2009

Al via il 59th Berlin International Film Festival

La grande novità del Festival di Berlino 2009 (dal 5 al 15 Febbraio) è la quasi totale mancanza di film italiani.
Nel programma, presentato il 15 Gennaio, compaiono delle coproduzioni (con Francia e Grecia
"Eden a l'ouest" di Costa Gavras, con Francia "Ricky" di Francois Ozon, con Germania Grecia e Russia "The dust of time" di Theo Angelopoulos)) ma titoli interamente italiani non sono presenti (tranne "Terra madre" di Ermanno Olmi, inserito nella sezione Special) .

Dopo il trionfo a Cannes, sembra che il momento d'oro del nostro cinema sia stato di breve durata. Sconfitta ai Golden Globe per
"Gomorra", esclusione di questo alla corsa per gli Oscar… ed ora la notizia della quasi totale assenza italiana alla Berlinale (del resto l'ultimo TorinoFilmFest di Nanni Moretti non aveva selezionato nessun film di nostra esclusiva produzione).

Qui l'elenco dei 25 film finora invitati.

Il Festival (così presentato nel comunicato ufficiale:
Berlin - a cosmopolitan, exciting capital, a city of culture with international appeal. In the middle of it all: the Berlinale - not only the city's largest cultural event, but also one of the most important dates on the international film industry's calendar) dedica quest'anno una interessante Retrospettiva ai maggiori film creati, negli anni Sessanta, con il nuovo sistema dei 70mm e intitolata "Bigger than Life".
Vi compaiono titoli famosissimi e di grande successo come
"2001: Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick (1965-68), "Ben-Hur" di William Wyler (958/59), "Il grande sentiero" di John Ford (1963/64), "Cleopatra" di Joseph L. Mankiewicz (1961-63), "Hello, Dolly!" di Gene Kelly (1968/69), "Khartoum" di Basil Dearden (1965/66), "Lawrence d'Arabia" di David Lean (1961/62), "Lord Jim" di Richard Brooks (1963-65), "L'ammutinamento del Bounty" di Lewis Milestone (1960-62), "Patton" di Franklin J. Schaffner (1968-70), "Playtime" di Jacques Tati (1964-67), "La figlia di Ryan" di David Lean (1969/70), "Tutti insieme appassionatamente" di Robert Wise (1964/65), "Un giorno di primo mattino (Star!)" di Robert Wise (1967/68), "Guerra e Pace" di Sergei Bondarchuk (1962-67), "West Side Story" di Robert Wise e Jerome Robbins (1960/61).

L'
Omaggio sarà dedicato al compositore francese Maurice Jarre (incoronato con tre Oscar per le musiche di "Il dottor Zivago", "Lawrence d'Arabia", "Passaggio in India").

Il
59th Berlin International Film Festival sarà inaugurato il 5 Febbraio con la premiere mondiale di "The International", coprodotto da USA e Germania. Il film è diretto da Tom Tykwer ed è interpretato da un cast internazionale (Clive Owen, Naomi Watts, Armin Mueller-Stahl, Brian F. O'Byrne, Ulrich Thomsen, Jack McGee).

Presidente della Giuria internazionale sarà
Tilda Swinton, la splendida protagonista di "Orlando", Oscar 2008 per "Michael Clayton".

Pubblicato su Cineocchio
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mercoledì 26 novembre 2008

Stagione 2007-2008: il bilancio definitivo

Alla conferenza, tenutasi a Roma il 25 Novembre, sul tema "L'Anno cinematografico 2008. I dati e le prospettive dell'industria Cinematografica" si è avuta la doppia conferma che la capitale è in vetta alla classifica dei biglietti venduti e che, in controtendenza a quanto avviene in Europa, il cinema nel nostro Paese (benché sia presente una leggera flessione) nel 2008 ha registrato una buona tenuta, soprattutto grazie al successo di vari film italiani.

La Conferenza (che è servita anche a presentare l'edizione 31 delle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento che si svolgerà dall'1 al 5 Dicembre e che vedrà la presentazione dei nuovi listini) è stata caratterizzata dal grande ottimismo: la quota nazionale è al 26% 8 e le prossime uscite natalizie potrebbero far salire la percentuale al 33% (ma gli Usa sono aumentati dal 55% al 61%, a discapito delle produzioni europee). Nei primi dieci incassi ci sono 5 produzioni italiane e 5 americane.
A parere degli addetti ai lavori il futuro è roseo anche se, lo ha detto Paolo Protti (presidente dell'Anec), alcune cose vanno cambiate: è sbagliato concentrare tanti film tutti insieme (
"occorrerebbe una sorta di palinsesto tv") -1- ed è errata la vicinanza troppo ristretta tra i tre principali Festival (Venezia Roma Torino), tutti ammassati tra settembre e novembre. Il presidente dell'Anica Riccardo Tozzi ha concordato sostenendo, inoltre, che "per evitare l'eccesso di concorrenza" occorrerebbe ridurre drasticamente il numero delle pellicole proposte nei suddetti festival.

E' giustificato l'ottimismo? Si può parlare di una vera rinascita del cinema italiano?
Salta agli occhi che solo un film d'autore italiano
("Gomorra") è tra i primi dieci, e che nei primi trenta non compare il lodatissimo "Il Divo".
L'Avvenire scrive giustamente che
"la corazzata del cinepanettone continua a trainare il mercato, tra gag demenziali e lazzi volgari sempre uguali a se stessi". E La Stampa ironizza, con pessimismo: "Dov'è la sorpresa? Non c'è. Gomorra, il film fenomeno della stagione, premiato a Cannes, in corsa per entrare nelle cinquine dell'Oscar, si è fermato a 10 milioni di incasso… Morale: il nostro cinema vive di commedia, il pubblico preferisce la leggerezza, e l'impegno, nonostante i premi e le critiche entusiaste, resta un lusso per pochi".

p.s.
La Conferenza, oltre che fare appello al governo per salvaguardare le monosale sempre più minacciate dai multiplex, ha annunciato l'entrata nel 2009 del 3D (tra l'altro, il sistema digitale -oltre che permettere un risparmio nella distribuzione e una maggiore flessibilità di programmazione- consentirà anche in Italia la visione di tutti i film in lingua originale).

-1- ma l’esagerazione continua ad imperare: basti vedere che venerdì 28 novembre escono nelle nostre sale ben 12 novità tra cui 5 sono italiane!



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lunedì 25 agosto 2008

Sanguinetti e il cinema italiano

L'interessante l'intervista, pubblicata sul "Corriere della sera" il 25 agosto a Tatti Sanguinetti (critico e storico del cinema), che dichiara "All'Italia non servono solo maestri, dobbiamo recuperare i registi di seconda e terza fila", consente di riprendere il discorso sull'attuale cinema italiano.

Sanguinetti cura con Sergio Toffetti la retrospettiva, alla
65a Mostra veneziana, sul cinema italiano ritrovato (quei film che per trent'anni, dal 46 al 75, "hanno fatto la ricchezza della nostra industria dello schermo e poi sono spariti, inghiottiti nell'oblio, cancellati… militi ignoti di un cinema parallelo a quello dei grandi nomi, veri talenti, relegati però all'ombra ingombrante dei grandi maestri…").
Scriveva tempo fa Gordiano Lupi:
"Certi critici se sul grande schermo non vedevano le mondine o i partigiani non si emozionavano e quindi tutto quello che stava fuori da una poetica di impegni civile andava bistrattato. Il risultato è che da noi il cinema popolare è morto, abbiamo affossato tutti i generei che bravi registi avevano faticosamente costruito (western, poliziesco, commedia sexy…) e ci resta soltanto la televisione".

Di fronte a una cultura ufficiale che ha penalizzato l'entertainment, hanno preso piede l'improvvisazione e l'inesperienza, molti film paiono la copia dei precedenti, le trame sono spesso scontate, manca una scrittura di qualità, il livello tecnico professionista non sempre brilla, campeggiano i soliti triti riferimenti sessuali e le macchiette dialettali, la fantasia e la creatività latitano (
"cinema afflitto da una sterilità ottundente", scrive Igor Principe ) : conseguenza… produciamo pochi film, il pubblico diserta le sale dove si proiettano le opere italiane.
Pino Farinotti afferma:
"Mai come in questa epoca il cinema italiano...è stato in crisi, e i dati sono impietosi. Il primo è nell'estetica, il secondo nei contenuti, il terzo negli incassi".

Se si vuole che lo spettatore ritorni a vedere con regolarità i film italiani necessitano le buone idee che attingono, più che ai fondi generosamente elargiti dallo Stato, alle risorse preziose dell'intelligenza e dell'immaginazione. Occorrerebbe che i nostri migliori registi (e qui ritorna il discorso di Sanguinetti) ridimensionassero le loro ambizioni (e la smettessero di considerarsi geni "tuttofare" -il regista è sempre anche autore del soggetto e della sceneggiatura- decidendosi a lavorare, come in America, in equipe e la smettessero con il loro individualismo da qualcuno definito giustamente "insano") e capissero che un messaggio si può dare anche "cinematograficamente": una bella storia che coinvolga, una solida sceneggiatura, attori qualificati, una messainscena dignitosa (ingredienti sempre più rari e che spesso fanno forte il cinema americano, effetti speciali a parte). E naturalmente liberarsi dalla "sindrome delle due camere e cucina" (l'incapacità del nostro cinema ad andare oltre la piccola e ripetitiva storiella, che è possibile raccontare senza scomodare tematiche di grande rilevanza e soprattutto esosi mezzi produttivi).

A Venezia avremo l'opportunità di rivedere i film di Luigi Zampa, Mauro Bolognini, Emanuele Luzzati, Giorgio Bianchi, Duilio Coletti, Vittorio Caprioli, Mario Bonnard, Claudio Gora, Mario Missiroli, Giuseppe Fina, Luciano Salce…
"un cinema di generi. Dal comico al western, dall'eroticoIl termine generi sembra archiviato dalla nostra produzione. Con gli anni 90 -ribadisce Sanguinetti- l'autore ha soppiantato il regista, ormai basta un film e sei subito autore".
Nell'attuale panorama italiano, il critico salva Pupi Avati e Ferzan Ozpetek, ambedue presenti quest'anno al festival di Venezia.
Il primo è il
"solo cineasta italiano di oggi in grado per velocità, duttilità e mestiere di dirigere due film all'anno, di esplorare ancora i generei, dalla commedia all'horror al giallo… Una figura anomala, al passo della vecchia guardia". Il secondo "è in qualche modo anche lui erede di quel dna. A differenza del cosiddetto autore, Ferzan gira copioni scritti da altri e lo fa con assoluta padronanza".
p.s.
A Venezia intanto è scoppiata la polemica con la Germania e Hollywood che rimproverano la Mostra di essere eccessivamente patriottica.
"Ci sono undici film nelle sezioni principali e quattro sono in concorso. Su un totale di 21 titoli in lizza un po' troppi" accusa "Der Spiegel". E l'agenzia Reuters si lamenta che il cinema americano non occupa lo spazio che meriterebbe.
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domenica 10 agosto 2008

Il "remake"



Il remake è, come indica la sua traduzione letterale dall'inglese, il "rifacimento" di un film già esistente.
Il remake può essere, ovviamente, più o meno fedele all'originale: si può cambiare l'ambientazione, qualche personaggio, si può attualizzare la trama, o cambiarne qualcosa, tutto, ovviamente, a seconda delle esigenze diverse da quelle del film originale. Solitamente maggiore è la distanza temporale tra le due pellicole, maggiori sono le differenze.
Salvo rari casi, i remake sono considerati inferiori rispetto agli originali dai quali sono tratti o ispirati".
Così scrive Wikipedia.

Praticamente da sempre l'industria hollywoodiana rispolvera vecchi successi, proponendone nuove versioni (da
"La mummia" -1934, 1999- a "I dieci comandamenti" -1923, 1955-; da "King Kong" -1933, 1976, 2005- a "Il postino suona sempre due volte" -1946 , 1981), ma oggi si tende un po' ad esagerare.
Le idee scarseggiano ad Hollywood ed i remake non si contano piu'.

Di remake che hanno fatto piangere ogni buon cinefilo l'elenco è piuttosto lungo. Basti citare
"Sabrina" (1954, 1996), "Delitto perfetto" (1954, 1998), "E' nata una stella" (1954, 1976 ), "Il pianeta delle scimmie" (1968, 2001), "Gloria" (1980, 1998), "La guerra dei mondi" (1953, 2005).

Raramente, ma accade, una nuova versione è migliore della precedente: pensiamo per esempio a "La mosca" di Cronemberg e a "Un amore splendido" di Leo McCarey (ma di quest'ultimo film Warren Beatty ne fece una nuova orrenda versione).

Nel suo saggio
L'estetica cinematografica del remake. Il declino della creatività Federica Ballero si interroga: Se originalità e creatività distinguono l'opera d'arte allora bisogna chiedersi: il costante e sempre più frequente istinto iterativo segna il declino della creatività o vi sono legittimazioni all'eterno ritorno dell'uguale ma non identico?
Lietta Tornabuoni su La Stampa è più decisa: Ma perché un autore può mettersi a rifare un film d'autore... Per banalità, s'é detto. Per soldi, come capita con i falsi orologi Rolex o le finte borse Vuitton in vendita in mezzo alla strada: sfruttamento commerciale d'una qualità e d'un nome famosi per vendere copie senza valore a compratori squattrinati e facili da contentare.
Ma spesso la ciambella non riesce col buco. Ad esempio
"Poseidon", rifacimento del celebre film catastrofico del 1972 sul dramma a bordo di una nave affondata, debuttò fiaccamente nel fine settimana, con un incasso di 20,3 milioni di dollari, una cifra esigua per un lavoro costato alla Paramount 160 milioni di dollari.


Cosa ci attende?
Alcuni progetti sono decisamente orripilanti (sembra scongiurato il pericolo che Ben Affleck e Jennifer Lopez vogliano rifare "Casablanca"
! Ma purtroppo a gennaio 2009 dovrebbero iniziare le riprese del rifacimento di quel gioiello che è "Gli Uccelli", regia di Martin Campbell con Naomi Watts).
Altri incuriosiscono:
"My Fair Lady" con Keira Knightley, "Suspiria" con Natalie Portman, "Quarantine" (remake dell'horror spagnolo "Rec") , "The Rocky Horror Picture Show" (cast e regista da decidere), "La valle dell'Eden" con Brad Pitt (annunciato mille volte ma ancora in alto mare)…

domenica 3 agosto 2008

Stagione 2007-2008: un bilancio

Recentemente abbiamo parlato di "rinascita del cinema italiano".
Il 31 luglio si è chiusa ufficialmente la stagione 2007-2008 e il bilancio per la nostra produzione è nettamente positivo.
Al top troviamo
"Natale in crociera" (lo scorso anno un nostro film aveva raggiunto il secondo posto nella classifica dei migliori incassi, "Manuale d'amore 2" ) ma la vera sorpresa è che ben 25 film italiani si trovano tra i 100 lavori di maggior successo al botteghino (ben dieci in più rispetto a due anni fa; quasi il doppio rispetto a cinque anni fa, quando i film italiani nei primi cento erano stati solo tredici "Giornale dello spettacolo") . Da sottolineare poi l'exploit di "Gomorra" con 10 milioni di incasso: sorprendente per un film senza attori di richiamo e sottotitolato (ma il battage dei media è stato enorme).
Per Daniele Lucchetti
"è migliorata la qualità dei nostri film, e il pubblico ha risposto. Accanto ai film fenomeno, alle commedie natalizie e simili, è cresciuto l'interesse anche verso il cinema d'autore, che oggi è meno introverso e punitivo nei confronti degli spettatori".

E' un buon momento non solo per il nostro cinema: gli incassi generali hanno raggiunto cifre che non si vedevano dal lontano 1986 e ciò in controtendenza rispetto agli altri paesi europei (ma i film capaci di superare i 10 milioni di euro, che nella precedente stagione erano stati dodici, quest'anno sono solo nove).
Riccardo Tozzi, presidente dell'Unione produttori, ha dichiarato:
"nel mercato cinematografico si sta assistendo al fenomeno della riconquista del pubblico. Gli ultimi risultati non rappresentano un caso eccezionale, ma il punto di svolta di una tendenza in atto già da qualche anno. Per il futuro sono pronto a scommettere su numeri ancor più positivi".
L'ottimismo è condiviso da Paolo Pozzi, presidente dell'Associazione dei distributori:
"Il mercato si è evoluto; l'esplosione dei multiplex permette ai film di grande richiamo popolare, che sono poi quelli che determinano gli esiti del mercato, di uscire con un numero di copie molto maggiore rispetto al passato e di sfruttare in pieno la spinta delle campagne promozionali". Merito anche, secondo Paolo Protti (presidente della Associazione degli esercenti), di una più oculata offerta di titoli durante tutto l'arco dell'anno, evitando intasamenti in particolari periodi "che alla fine danneggiavano tutti".
Da rilevare però che questa stagione si è distinta per un botteghino altalenante con partenza promettente fino a dicembre e una frenata nel primo semestre 2008 rispetto all'analogo periodo 2007 (segno di ripercussione al cinema della più generale crisi economica, secondo il mensile "Ciak").

Il cinema americano mantiene la propria quota di mercato ma i cartoon vanno meglio dei supereroi e degli effetti speciali (la buona notizia è che film d'autore come
"Non è un paese per vecchi", "Leoni per agnelli", "Into the wild" in Italia hanno superato negli incassi produzioni più commerciali).

Il flop lo registra il cinema europeo: quello francese e inglese sono in fondo alla classifica, lo spagnolo e il tedesco non compaiono affatto.

Vedi il bilancio definitivo...


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"I generi": il catastrofico (prima parte)

I disasters movies possono essere divisi in varie categorie: quelli derivati dall'azione dell'uomo (disastri atomici, chimici, elettromeccanici, informatici); naturali (terremoti, incendi, tornadi etc.); quelli politici (atti di terrorismo, guerra) e quelli dei trasporti (aerei, macchine, treni).

E' del 1933 il lavoro che solitamente viene indicato come il primo film appartenente al genere catastrofico vero proprio, "La distruzione del mondo" (Deluge) di Felix Feist: dopo un'eclissi ed un forte sisma, un gigantesco maremoto spazza via la civiltà umana, lasciando ai pochi sopravvissuti il gravoso compito di ripartire da zero a ricostruire un nuovo popolo.

Ma il vero capostipite del moderno "catastrofico" è considerato
"Airport" del 1970: è tratto dal romanzo di Arthur Hailey ed ebbe tre seguiti (Helen Hayes vinse l'Oscar come attrice non protagonista).

Gli anni 70 sono gli anni d'oro del filone.

"L'avventura del Poseidon" del 1972 (remake di Wolfgang Petersen nel 2006). E' sicuramente uno dei più famosi esempi del genere e vanta la presenza di tante stelle (Oscar per le musiche, nomination per Shelley Winters). Con le suggestive scenografie (capovolte) di W. Creber.
"
L'inferno di cristallo" del 1974: tre Oscar e nomination per Fred Astaire. Un film che ha fatto storia, continuamente citato. Prodotto dalla Fox e dalla Warner e tratto -caso raro- da due romanzi, di Richard Martin Stern, uno, e di Thomas M. Scortia e Frank M. Robinson, l'altro.
"Terremoto" del 1974, sceneggiatura di Mario Puzo. Intreccio di dramma e sentimento. Un film del filone catastrofico con una suspense assicurata grazie ai virtuosismi dei tecnici incaricati dei trucchi e degli effetti speciali che si guadagnarono un Oscar speciale. Le scene del disastro sono girate in "sensurround" (ilMorandini).

Il decennio successivo non presenta grandi novità.

Si segnalano:
"Ormai non c'è più scampo", probabilmente il film catastrofico più scialbo che sia mai stato realizzato, certamente il meno redditizio, nonostante il cast (William Holden, Jacqueline Bisset, Ernest Borgnine, Valentina Cortese, Paul Newman, Red Buttons, Burgess Meredith). Costato 22 milioni di dollari, ne incassò poco più di 2 (MyMovies).
"Virus" del giapponese Kinji Fukasaku: l'originalità del film sta nella rilettura in chiave fantascientifica del filone dei film "catastrofici" (ilFarinotti).
"From Beyond" di Stuart Gordon: abile mescolanza di horror, suspense, spavento e umorismo con effetti speciali suggestivi (ilMorandini).
"La terra silenziosa" di Geoff Murphy: il tema dell'uomo solo, del sopravvissuto, a contatto con una realtà apparentemente immutata, è svolto brillantemente dal regista in chiave introspettiva (ilFarinotti).
"The Day after" di Nicholas Meyer, grande scalpore in America ma in realtà poco originale e mediocre.
"Quando soffia il vento" di Jimmy T. Murakami, film d'animazione dalla grafica insolita con un bel messaggio polemico ma giudicato dalla critica alquanto prolisso.
"The Abyss" di James Cameron (Oscar per i migliori effetti visivi, nomination per fotografia scenografia suono): Cameron riesce a dirigere sott'acqua con abilità assoluta, spende 60 milioni di dollari e si vedono tutti! (Il Sole 24 ore).
"A 30 secondi dalla fine" di Andrei Konchalovsky (scritto da Kurosawa negli anni Sessanta): se amate il genere, con emozioni forti e il cuore in gola, non vi farà rimpiangere il prezzo del biglietto, giacché di quel genere ospita pressoché tutti gli stereotipi. Ma verniciati di fresco da un regista che sa il fatto suo… (Il Corriere della Sera).

Negli anni 90 si arriva ad un punto di svolta: i computer fanno il loro prepotente ingresso nel mondo del cinema, ed a beneficiarne più di qualsiasi altro è il genere catastrofico.
Il film più importante che segna questa svolta, che trasforma un genere tra tanti in un'icona e simbolo della Hollywood moderna, arriva in Italia il 27 settembre 1996, con cifre esorbitanti investite in effetti speciali ancora oggi grandiosi, tanto odiato dalla critica quanto amato dal pubblico:
"Independence day" stupisce letteralmente con sequenze di distruzione mai viste prima e risultati al botteghino altrettanto impressionanti.
Tra i migliori prodotti dell'ultimo ventennio abbiamo:
"Titanic" (ma il suo stratosferico successo non è dovuto agli effetti speciali, che pur ci sono), "Twister", "The day after tomorrow", "Deep impact", "Armageddon", "28 giorni dopo", "Io sono leggenda", "E venne il giorno"...

Da cosa deriva il perdurante successo dei "disaster movies"?
Roger Donaldson (regista di
"Dante's Peak") in una intervista ha dichiarato: "Dal punto di vista psicologico credo che un ritorno al catastrofico fosse inevitabile, perché la gente ama essere terrorizzata, al cinema, da esperienze che normalmente non vivrebbe nella vita quotidiana e, dalle quali, probabilmente non riuscirebbe a sopravvivere".
Maurizio Regalia fornisce la seguente spiegazione:
"Nella società moderna, il lavoratore medio, dopo una dura settimana densa di impegni, stress e responsabilità, ne arriva al termine provato ed esausto. Alienato dalla routine quotidiana, vede nel week-end un'occasione per espellere le ansie e le tensioni accumulate.
In ambito cinematografico i film catastrofici si prestano bene a questo scopo. Attraverso la manifestazione di potenza delle immagini, si attua un processo di astratta identificazione nell'entità distruttrice, unica vera protagonista di ogni film catastrofico: colui che guarda si trasforma virtualmente in colui che distrugge ed esprime, espelle, seppur stando seduto, immobile sulla comoda poltrona, le tensioni e le ansie accumulate e latenti"
.

continua...

I "generi": il catastrofico (seconda parte)

Wikipedia riporta una lista molto dettagliata, e divisa in settori, di film riconducibili al genere (va detto però che oggi la distinzione fra i diversi generi è sempre più labile: scrive Morando Morandini "Quella dei generi è ormai una foresta percorsa da sentieri che s'intersecano in forma di labirinto").
Sottolineato che elementi comuni di tutti i film del filone è il loro essere scorrevoli, godibili, il meno impegnato possibile (è evidente lo sforzo di elaborare una trama lineare in modo che anche i meno acculturati possano seguire lo spettacolo),
queste sono comunque le caratteristiche presenti in quasi tutti i film catastrofici:
1) Il genere catastrofico al cinema è prima di tutto storia dei suoi eroi, di coloro che combattono contro il cataclisma. La catastrofe non è affare collettivo se non per brevi istanti, quando bisogna condire la rappresentazione del cataclisma con il massacro, per dare l'idea della portata del cataclisma stesso. Ma è un trucco. Per dare idea della catastrofe,
2) La quantità: il numero è fondamentale. Tonnellate di cadaveri, migliaia di morti ammazzati da fiammate o onde anomale gigantesche.
3) L'ambientazione è equamente divisa tra l'enorme metropoli o la piccola cittadina americana, possibilmente molto provinciale.
4) Il protagonista è sempre un maschio: o un bambino (socialmente emarginato) o un ricercatore (solitamente frustrato, ha in mano una grande scoperta ma nessuno lo ascolta). Ha sempre problemi familiari. Perché il nostro protagonista non corre a salvarsi come tutti gli altri comuni mortali (metà dei quali poi ovviamente non si salva)? I casi sono due: o si occupa di avvertire la popolazione, o si trova nel mezzo della catastrofe e deve salvare qualcuno.
5) I personaggi di supporto: il personaggio femminile sarà salvato da mille pericoli dal protagonista; non mancano solitamente donne incinta che partoriscono durante la catastrofe, l'amico del cuore che muore, il politico senza scrupoli.
6) La morale rigida: niente sesso, niente fumo, niente obesità e vizi. I nostri protagonisti sono dei virtuosi, e per questo non moriranno.
7) La soluzione: come può finire un film catastrofico? Di solito bene. E' singolare come, dopo milioni di morti e scenari apocalittici, i finali dei film catastrofici siano (relativamente) dei lieti fini. I cattivi o si sono redenti o sono morti, la famigliola si è finalmente riunita, e stranamente la minaccia naturale è totalmente rientrata.

Una giuria composta da Paolo Mereghetti e Morando Morandini (autori dei due più celebri dizionari di cinema), e da Fabio Ferzetti (Messaggero), Luciano Barisone (I duellanti), Stefano Della Casa (presidente Torino-Piemonte film commission), Silvio Danese (il Giorno) ha giudicato
"The day after tomorrow" di Roland Emmerich (2004) il più bel film catastrofico di sempre.

Fonti:
Maurizio Regalia (Movieplayer)
Philippe Paraire ("Il grande cinema di Hollywood")
Wikipedia
Jimusnr.com
tutteleproblematiche
i "generi" cinematografici
vedi prima parte...





giovedì 31 luglio 2008

I "generi": il kolossal

Il peplum-movie, il kolossal domina il cinema hollywoodiano soprattutto negli anni 50 ma non nasce con La Tunica e l'avvento del Cinemascope (era il 16 settembre 1953, e il cinema Roxy di New York, installato per l'occasione un gigantesco schermo ricurvo di quasi 20 metri di base, salutava l'alba della terza era del cinematografo: dopo l'avvento del sonoro, dopo l'avvento del colore, era il tempo dello schermo panoramico).
Negli anni 30 ebbero enorme successo Il segno della croce e Cleopatra, entrambi di Cecil B. De Mille.

E' indubbio però che gli anni 50 costituiscono per la Mecca del cinema una vera miniera d'oro con questo genere.
Il via lo dà Quo Vadis?, e che a tutt'oggi rimane uno dei migliori: è il primo kolossal del secondo dopoguerra. Quando nel 1951 Hollywood inizia il suo periodo d'oro a Cinecittà, trasferendosi in massa sul Tevere per realizzare una serie di film in costume che, oltre alle scenografie dei maestri di Cinecittà potessero sfruttare anche i luoghi autentici dove le vicende erano ambientate, il primo di quelli che passeranno alla storia del cinema come "peplum movies", sarà proprio Quo Vadis?, importante anche perché si evidenzia una caratteristica che Hollywood ripeterà in quasi tutti i kolossal: il protagonista (qui Robert Taylor) è un americano, il prototipo del coraggio e della lealtà; la protagonista (qui Deborah Kerr) è un'inglese, prototipo di donna raffinata; il cattivo un inglese (qui Peter Ustinov), prototipo di inaffidabilità.

Si continua fino agli anni 60: film celebri furono Sinuhe l'egiziano, I Dieci Comandamenti, Salomone e la regina di Saba, Ben Hur, Spartacus, Cleopatra
Da notare che Hollywood si è interessata a quasi tutte le epoche del passato, ma sicuramente il periodo storico più sfruttato è stato quello della civiltà romana: quel mondo a tinte forti, di eroi e guerrieri, ha sempre avuto gran richiamo spettacolare. Un mondo visto generalmente in modo negativo: una civiltà corrotta da abbattere, barbara e nociva, inegualitaria e dissoluta. Non si parla della tolleranza dei Romani, delle loro capacità organizzative, della loro opera pacificatrice… ma delle orge imperiali, degli orrori delle arene, dei massacri dei cristiani…

Hollywood non ha mai inteso fare analisi storica. La storia è semplicemente uno scenario in cui ambientare un'avventura, un pretesto per allestire spettacolari scenografie. Ed ecco perché da sempre il kolossal è stato oggetto di recensioni molto negative da parte della critica e spesso a ragione. Questi film si sono da sempre prodotti badando poco ai contenuti e molto alla sostanza. Nella loro realizzazione, scenografia, costumi, arredamento, colonna sonora, trucco, effetti speciali e la partecipazione di decine di migliaia di comparse la facevano da padrone, relegando in secondo piano il soggetto e la sceneggiatura: addirittura gli attori e in qualche caso persino i registi potevano essere elementi trascurabili (fa eccezione a questo quadro desolante, oltre a quel piccolo gioiello che è Spartacus di Stanley Kubrick -l'ennesima conferma di un genio del cinema-, il bellissimo Giulio Cesare del 1953 di Joseph L. Mankiewicz: "Un grande film, reso ancora più pregevole dal notevole cast. La scena più bella del film resta l'elogio funebre pronunciato da Antonio (Marlon Brando). L'attore superò se stesso scatenando gli applausi sul set durante le prove" MyMovies).

In Italia il genere kolossal aveva inizialmente trionfato all'epoca del muto (basti pensare a Gli ultimi giorni di Pompei e a Cabiria) ma bisogna aspettare gli anni 50 e 60 per un consolidamento di questo tipo di film anche nella nostra cinematografia.
Il grande successo dei film storici americani convinse anche i produttori italiani ad investire nel genere (si affermò il cosiddetto "peplum all'italiana"): Ulisse, Le fatiche di Ercole, Arrivano i Titani, Il colosso di Rodi
Tra il 1960 e il 1965 sono usciti non meno di 7-8 film peplum per ogni anno.

Le prime recessioni negli incassi diedero inizio ad un circolo vizioso, infatti costrinse i produttori e i registi ad abbassare i budget, abbassando quindi la qualità tecnica delle opere, che comportava un abbandono del genere da parte degli appassionati e una conseguente ulteriore riduzione degli incassi. Per cercare di far fronte alla crisi gli autori ricorsero a discutibili scelte artistiche, facendo convivere due o più forzuti nello stesso film nella speranza di attirare i fans di entrambe le saghe, per poter moltiplicare gli incassi. Il caso limite si ebbe nel 1964 con la realizzazione del pessimo Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili diretto da Giorgio Capitani in cui tutti i quattro forzuti condivisero la scena di un'unica pellicola di scarsissima qualità tecnica. Questo lavoro scontentò tutti i residui appassionati ed uccise definitivamente il genere.
Nel 1965 vennero distribuiti altri film ma nessuno di questi riscosse il minimo successo e i produttori riuscirono a malapena a recuperare i pochissimi soldi spesi per la produzione; altri vennero prodotti ma non trovarono mai un distributore disposto a rischiare nell'operazione. Messi con le spalle al muro anche i produttori più fedeli preferirono concentrarsi sul nuovo genere che si stava diffondendo: lo Spaghetti western (Wikipedia).

Negli ultimi anni l'enorme successo de Il Gladiatore di Ridley Scott, kolossal da 103 milioni di dollari, sembra aver fatto tornare la peplum-mania: Alexander di Oliver Stone e Troy di Wolfgang Petersen ne sono un esempio, oltre i più recenti 300, L'ultima legione… e il tutto, naturalmente, subordinato agli effetti speciali.

Scrive Paolo D'Agostini (le sue parole si riferiscono a Il Gladiatore ma vanno bene per tutti i nuovi kolossal):
"Effetti da paura, mirabolante impiego di tecnologie che garantiscono massima spettacolarità con il minimo di risorse umane - scene di massa e sfondi "antichi romani" ottenuti in gran parte grazie a scenografie virtuali (che nostalgia per la cartapesta!) , sangue a fiumi e teste mozzate come se piovesse (ma non erano meglio, tanto sul versante violenza quanto su quello delle nudità, le allusioni evocatrici di un tempo?)".
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martedì 29 luglio 2008

I "generi": la fantascienza

La "fantascienza" (in inglese science fiction) oltre le tematiche ricorrenti (l'anticipazione della tecnologia del futuro, il contatto con alieni, il viaggio nel tempo…) ricorre spesso a temi di altri generi ("Alien" ad esempio, ci mostra l'extraterreste in una nave spaziale che somiglia al castello di Dracula). Non disdegna poi messaggi filosofici o politici (pacifismo, paura del futuro, anelito alla libertà…).
Wikipedia ne dà questa definizione:
"La fantascienza ha come tema fondamentale l'impatto che una scienza e/o una tecnologia (attuale o immaginaria) avrà sulla società o sull'individuo. I personaggi possono essere umani, o anche alieni, robot, cyborg o mutanti; la storia può essere ambientata nel passato, nel presente o, più spesso, nel futuro".
Resta il fatto che è un genere molto complesso, non riconducibile entro limiti ben definiti.

Negli anni Trenta ebbe grande popolarità il film fantastico: "Frankenstein", "Dracula", "La bambola del diavolo", "King Kong", "La pericolosa partita", "Freaks".

Nel corso degli anni Cinquanta, il clima di guerra fredda genera la fobia americana per una invasione da parte dell'Unione Sovietica. Ecco quindi l'extraterrestre portatore di una civiltà estranea ed ostile: "Gli invasori spaziali", "La guerra dei mondi", "La cosa da un altro mondo", "Il pianeta proibito" … Ma la stessa guerra fredda, e poi la corsa agli armamenti e la competizione spaziale, provocano un'ondata di film che non insiste tanto sui contatti galattici quanto sulle conseguenze della follia umana. Ecco allora le esplosioni nucleari con gli insetti giganteschi ("Tarantola"), le formiche ("Assalto alla Terra"), le mutazioni della razza umana ("L'invasione degli ultracorpi"), il ritorno di mostri antidiluviani ("Il mostro della laguna nera").
Filone assimilabile al tema del pericolo provocato da un uso incontrollato delle risorse scientifiche: da "L'uomo invisibile" a "L'esperimento del dr. K".

Dagli anni Sessanta in poi, cambia la concezione dell'alieno, non più nemico: si va da "Incontri ravvicinati del terzo tipo" a "ET" . L'idillio termina negli anni 90.

La migliore fantascienza si è spesso lasciata attraversare dalla tensione e dal malessere morale collettivo, dando origine ad opere pervase da inquietanti visioni del futuro. Abbondano film che evocano le possibili mutazioni provocate dall'uomo o la regressione brutale (tecnologica ed etica) della civiltà: "L'ultima spiaggia", "Il pianeta delle scimmie", "Blade Runner", "The Day after", "E venne il giorno"… (tra i più famosi film a riflettere amaramente sul destino dell'uomo è da segnalare soprattutto "AI" di Steven Spielberg. Ma anche il prodotto più facile di largo consumo sembra orientato su questa strada: ne è un esempio "Ultraviolet" dove si parla di una sottocultura umana sviluppatasi in seguito alla diffusione di una malattia che ha modificato geneticamente coloro che ne sono stati contagiati).

Ma ora, per mantenere sempre desta l'attenzione del pubblico, per strapparlo alla televisione, Hollywood si orienta sempre più verso il grande spettacolo, in produzioni gigantesche ad alta tecnologia, e si dedica volentieri ai "sequel" quando le formule si rivelano vincenti: ed ecco i vari "Terminator", "Guerre stellari", "Jurassic Park" "Alien"... (da sottolineare che secondo alcuni critici, a partire da "Alien" la fantascienza diventa sinonimo di orrore ).
L'elettronica sembra adesso la vera protagonista. All'inizio era uno strumento ausiliare che facilitava le riprese. Poi è intervenuta nel montaggio semplificandolo e rendendolo più sicuro, ha rivoluzionato la registrazione del suono con gli apparecchi multipista e i radiomicrofoni.
Ma ecco che trasferisce sulla pellicola le immagini generate dal computer aprendo la via ai nuovi effetti speciali che integrano o sostituiscono quelli ottici e inaugurano sullo schermo l'era della realtà virtuale (e la pianificazione va nelle mani del "marketing", che spesso spende molto di più per lanciare un film che per produrlo).
Dagli anni Novanta in poi, l'imperativo è "spettacolo colossale" a ogni costo: "Independence Day", "Mars attacks", "Armageddon", "X-Men", "I fantastici 4", "Matrix"…

Un discorso a parte naturalmente merita il capolavoro della fantascienza, e non solo: "2001 Odissea nella spazio".

Fonti:
Maurizio De Benedictis, "Il cinema americano", Newton & Compton
Fernaldo Di Giammatteo, "Storia del cinema", Marsilio
Massimo Moscati, "Breve storia del cinema", Bompiani
Philippe Paraire, "Il grande cinema di Hollywood", Gremese
René Prédal, "Cinema: cent'anni di storia", Baldini Castoldi
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lunedì 28 luglio 2008

I "generi": il western


Cosa caratterizza il western?
Fondamentalmente simboleggia l'opposizione tra il mondo civilizzato della città e quello della frontiera selvaggia.
L'eroe è il rappresentante della frontiera, massima espressione di libertà, in opposizione alle soffocanti limitazioni della civiltà urbana.
A volte l'eroe viene chiamato in aiuto di una cittadina, ma una volta portato a termine il suo compito si allontana a cavallo nel tramonto.
Altra caratteristica saliente è la contrapposizione tra mondo maschile (coraggio e prepotenza) e quello femminile (bisogno di protezione e spirito di sacrificio).

1915: David Wark Griffith gira "Nascita di una Nazione", uno dei più grandi film della storia del cinema muto.
Il film apre la strada al western ma i lavori che codificano questo genere sono "I pionieri" di James Cruze (1923) e "Il cavallo d'acciaio" di John Ford (1924). Nel primo troviamo il viaggio collettivo di conquista, il fascino dell'ignoto da sfidare, l'aspirazione alla terra promessa… e quest'ultimo tema campeggia anche nel secondo, epico affresco della costruzione della prima linea ferroviaria.

1939, si arriva al capolavoro. Ford gira "Ombre rosse".
Su una diligenza, attraverso un territorio aperto alle scorrerie degli Indiani, salgono vari personaggi che non hanno nulla in comune tra loro. Alla fine capiranno cosa sia la solidarietà (il film esce alla vigilia della seconda guerra mondiale: il messaggio è che uniti si può affrontare ogni rischio e tener testa a qualunque nemico?).
Il film pone le basi degli archetipi del genere: il pistolero solitario, il baro, il dottore alcolizzato, la prostituta, il banchiere truffaldino, lo sceriffo.
Ford diviene ben presto il più famoso cantore della nobiltà dell'animo umano che affronta le avversità perché sa di essere nel giusto ("Sfida infernale" 1946, "Il massacro di Fort Apache" 1948).

In generale ciò che caratterizzerà il western per quasi un trentennio è la decantazione dell'Ovest leggendario, l'apologia del cow-boy, la legittimazione del genocidio degli Indiani.

Anni Cinquanta, qualcosa cambia: appaiono western che definire "intellettuali" non è del tutto sbagliato.
Esempi famosi sono "Mezzogiorno di fuoco" (1952 Fred Zinnemann), "Il cavaliere della valle solitaria" (1953, George Stevens), "Johnny Guitar" (1954, Nicholas Ray).
Nel primo vi è la perfetta analisi della solitudine dell'eroe e della vigliaccheria dei concittadini (un'allusione alla situazione degli artisti sottoposti al processo maccarthista?).
Nel secondo, la frontiera è vista con sguardo critico più che mitico e si inizia ad affrontare il tema della ragione dei più deboli.
Nel terzo protagoniste sono due donne, mentre il personaggio maschile è semplicemente un pistolero stanco in cerca di tranquillità.

Anni Sessanta: è l'era kennedyana ma anche della violenza razziale, del pantano vietnamita e della contestazione giovanile.
Lo scossone politico e ideologico si riflette sulla produzione cinematografica (i critici parlano di "Hollywood Renaissance").

Vari registi ritengono che col western si possano affrontare temi contemporanei sotto forma di metafora.

Sam Peckinpah in "Sfida nell'Alta Sierra" (1962) parla di due cow-boys ormai al tramonto; Richard Brooks ne "I professionisti" (1966) racconta una parabola amara sulla caduta degli ideali dell'America liberal; ancora Peckinpah ne "Il mucchio selvaggio" (1969) ritrae la violenza come qualcosa di intrinseco alla natura umana, un qualcosa che libera l'uomo sottoposto a costrizioni e divieti di ogni tipo da parte della società.
Anche il vecchio John Ford si allinea alla nuova tendenza; ne "L'uomo che uccise Liberty Valance" (1962) abbiamo un lungo flashback durante il quale si cerca di recuperare una verità, ma alla fine del quale si preferisce tenere in vita un mito fasullo piuttosto che svelare la verità: un epitaffio per un mondo finito per sempre (il grande John Ford già precedentemente ha fatto scricchiolare l'impianto tradizionale del western: in "Sentieri selvaggi" del 1956 si mette in discussione un aspetto fondamentale della tradizione, la virtù dell'eroe di frontiera).
I western più famosi del periodo sono senz'altro "Soldato blu" di Ralph Nelson, "Il piccolo grande uomo" di Arthur Penn (ambedue del 1970), "Corvo Rosso non avrai il mio scalpo" di Sydney Pollack (1972).
Ci si interroga sul passato secondo le nuove esigenze (sessantottine).
Si mettono in discussione alcuni classici presupposti (la nobiltà dell'uomo bianco, la barbarie dell'indiano).
La visione ora è che gli Indiani vivono nel rispetto delle regole, sono pacifici, non hanno il mito dell'arricchimento e del denaro, sono saggi nei confronti della natura (saggezza di cui l'uomo bianco non sembra capace essendo troppo impegnato nei suoi ambiziosi progetti di dominio). La cultura dei nativi è valorizzata e vista come alternativa ai metodi distruttivi del colonialismo dei bianchi.

Nella forma "rivisitata" il western continua ancor oggi: "Balla coi lupi" (1990) e "L'ultimo dei Mohicani" (1992) celebrano gli Indiani e li piangono come vittime del colonialismo; "Gli spietati" (1992) ridimensiona i miti del passato mostrando il pistolero come figura vile e meschina.

1964, Sergio Leone dirige "Per un pugno di dollari".
Nasce un vero e proprio genere che si protrarrà sino alla metà degli anni Settanta.
La mitica epopea della frontiera americana si trasforma in una disperata avventura di odi, di vendetta, di violenze fini a se stesse… e il tutto nella desolazione di paesaggi desertici e villaggi inospitali.
Il "western-spaghetti" si caratterizza per l'accentuazione dei toni della violenza e della brutalità (ma non mancheranno esempi di ironia e di parodia). Il cavaliere bianco senza macchia e senza paura è ormai sostituito da una visione più disincantata e crudele: i killer sono sadici e spietati, i personaggi cinici e cattivi (da sottolineare che l'assenza di un eroe implica la mancanza di confini tra il bene e il male).

fonti
Gianni Amelio "Il vizio del cinema", Ciolfi-Sala "Ma come si legge un film?", Fernaldo Di Giammatteo "Storia del cinema", Geoff King "La nuova Hollywood", Massimo Moscati "Breve storia del cinema"
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martedì 22 luglio 2008

La rinascita del cinema italiano (?)

(ANSA) - MILANO, 16 LUG - L'immagine del cinema italiano all'estero si e' rinnovata grazie anche ad una nuova generazione di giovani registi di talento. E' uno dei dati emersi dalla ricerca 'Un anno di cinema italiano', fatta dall'Osservatorio giornalistico internazionale Nathan il Saggio per il Martini Premiere Award. Oltre cento le testate estere monitorate per dodici mesi sino al primo luglio scorso. Tra i film piu' citati: Gomorra, Mio fratello e' figlio unico, Caos calmo, il Caimano e il Divo.

Questa notizia (e il nostro recente trionfo a Cannes) sembra confermare l'attuale buon momento della nostra cinematografia. L'Anica poi, nei suoi consuntivi, dice cose confortanti:
Il cinema è al quarto posto nella classifica delle attività svolte dai giovanissimi nel tempo libero e ben al secondo posto fra le attività a pagamento: va al cinema il 66% della popolazione 11-14 anni.
Nel 2007 è aumentato il contributo pubblico per i film di Interesse Culturale e per le Opere Prime e Seconde (+20 M€).
Rispetto all'anno precedente i film italiani hanno incassato il 58% in più.
La top 20 dei film usciti dal 1 gennaio 2007 vede, per la prima volta, la presenza di ben 9 film italiani (7 nel 2006).

L'attuale stagione ha visto l'uscita di vari lavori nettamente superiori alla media, ottimamente giudicati dalla critica e premiati dal pubblico. Vorrei ricordare l'asciutto e mai retorico "Cover boy" di Carmine Amoroso, l'eccezionale "Il Divo" di Paolo Sorrentino, l'interessante "Giorni e nuvole" di Silvio Soldini, il semplice e complesso (al contempo) "La giusta distanza" di Carlo Mazzacurati, il piacevole "Lascia perdere, Johnny" di Fabrizio Bentivoglio, il garbato e sincero "Non pensarci" di Gianni Zanasi, il toccante e mai patetico "Piano, solo" di Riccardo Milani, quel piccolo gioiello di "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli, "Tutta la vita davanti" di Paolo Virzì con la sua sapiente miscela di ironia e amarezza, "Tutto torna" di Enrico Pitzianti con il suo affresco di una Sardegna attuale e multietnica.

Tutto bene dunque? I film sopra ricordati sembrano più un'eccezione che una costante.
Il grande regista francese di origine armena Robert Guediguian sostiene che il cinema italiano racconta solo "storielle", non più vicende interessanti, capaci di coinvolgere anche il pubblico straniero.
A mio parere, quello che spesso manca al nostro cinema (e che invece è la forza del miglior cinema americano) è il raccontare delle storie .
Abbiamo generalmente una serie di sketch triti e ritriti oppure la mostra delle elucubrazioni più o meno intellettualoidi di misconosciuti geni.

Eppure fin dai primi anni del Novecento si pose il problema di come incoraggiare le persone ad entrare nelle sale e tenere gli spettatori inchiodati alle poltrone. Si fece un semplice ragionamento: la passione, l'amore, l'avventura sono gli ingredienti della maggioranza dei libri e delle opere teatrali... perché allora non trasferire questi elementi sul grande schermo? Al buon soggetto (affidato alle mani di esperti sceneggiatori) si aggiungano la presenza di star in grado di affascinare il pubblico, un regista di provata affidabilità, scenografie e ambientazioni che colpiscano… E il gioco è fatto.
Gran parte del cinema italiano, dalla fine degli anni 70, sembra aver gradualmente dimenticato questa grande lezione del cinema americano.

Con le dovute eccezioni, il nostro cinema ormai da troppo tempo oscilla tra i giocattoloni natalizi (insulsi per lo più, girati svogliatamente e badanti solo a sfruttare la notorietà del comico di turno e che allontanano il pubblico amante del cinema) e i prodotti altamente impegnati (di difficile fruizione e che spesso fanno pentire lo spettatore di aver pagato il biglietto).

Generalmente se vado a vedere un film americano, avrò assistito a uno spettacolo di pregevole confezione e anche se il film non mi piace vedo attori quasi sempre perfetti, una bella fotografia, una ambientazione accurata… tanta tanta professionalità. Se un film italiano non mi piace, probabilmente niente si salva.

Meno volgarità, minor inseguimento del successo televisivo, maggiore professionalità da parte di tutti, maggiore disponibilità a raccontare storie in cui "io" possa riconoscermi senza ricorrere ad astruserie e cervellotici simbolismi (i film sopra ricordati ne sono un ottimo esempio): forse, così facendo, si potrà veramente parlare di
rinascita del cinema italiano.

Mi trovo pertanto sostanzialmente d'accordo con un articolo scritto tempo fa da Saura Plaesio, piuttosto pessimista al riguardo:
In effetti ciò che è carente nel nuovo cinema dei nostri tempi è una buona scrittura alle spalle. Cioè buoni soggetti e valide sceneggiature.
Che cosa manca al nostro cinema per risorgere veramente? Idee nuove, creatività, entusiasmo, talenti, schiere di buoni sceneggiatori, spirito d'iniziativa e d'équipe. In altri termini, il coraggio di saper fare del cinema lo specchio attento di un'italianità nuova che magari stenta a farsi strada, ma che c'è. Ma soprattutto, manca un'industria dello spettacolo svincolata dalle solite camarille politiche e partitiche, la quale purtroppo, allo stato attuale, elargisce straccamente fondi economici, premi e promozioni ai soliti noti della solita scuderia
.
La crisi del cinema italiano
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