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sabato 10 gennaio 2009

"Yes Man" di Peyton Reed

(Yes Man)
Jim Carrey, Zooey Deschanel, Bradley Cooper,

Danny Masterson, Fionnula Flanagan, Terence Stamp
Commedia, 102 min., Usa, Warner Bros
[Uscita nelle sale Venerdì 9 Gennaio 2009]


Peyton Reed è un regista non sempre affidabile (molti suoi lavori non sono completamente riusciti) ma con questo "Yes Man" si riscatta: un lavoro divertente (anche romantico e commovente) ma non banale né superficiale e con un opportuno sfondo di malinconia e amarezza. Da rimproverargli forse un eccesso di moralismo.
Controverse le critiche:
Il Manifesto: ...Peyton Reed si diverte molto con Jim Carrey e con noi, in "Yes Man" commedia dalle più sofisticate e strampalate trovate.
L'Unità: ...il cinema americano ha sempre usato i generi più popolari e leggeri per dire cose prima di altri, anche incosciamente.
Liberazione: Jim Carrey è un portento della natura… Non è bravo solo a fare l'attore comico e l'attore drammatico ma lo è soprattutto nell'essere entrambi e contemporaneamente...
Ciak: Una commedia paradossale e divertente…
Cineblog: Reed firma la sua quarta regia cinematografica, portando sugli schermi una commedia riuscita e divertente, che promuove il pensiero positivo e intenerisce oltre a strappare più di una risata.
Movieplayer: ...una commedia non priva di anima che fa ridere di gusto dall'inizio alla fine.
La Repubblica: Il difetto di un film del genere è nel manico: una sola idea, stirata dall'inizio alla fine, incluse complicazioni programmatiche che ogni spettatore un po' esperto è in grado di anticipare quasi al minuto.
Il Giornale: Ambizioso petulante barbosissimo...
Il Messaggero: Consigliamo il film solo ai fan di Jim Carrey. per tutti gli altri forse è meglio di no.

Ispirandosi al libro auto-biografico di Danny Wallace e trasferendo la trama dalla Scozia a Los Angeles, "Yes Man" (che ha ottenuto risultati eccellenti ai botteghini statunitensi) è un film ottimista sulle scelte da fare nella vita, su come affrontare positivamente l'esistenza (qualche critico vi ha visto il nuovo corso Obama…) in una società sempre più assurda e contraddittoria. Momenti introspettivi si alternano a situazioni comiche senza disturbarsi a vicenda catturando l'attenzione del pubblico, coinvolto e partecipe: molto merito di questo gusto vagamente dolceamaro di "Yes Man" va senz'altro attribuito a Carrey, che dietro al sua innata capacità di far ridere con lazzi ed una grande fisicità, riesce sempre di più a proporre anche momenti più seri, attimi in cui si intravede il dolore nascosto dietro il suo personaggio (Giulio Frafuso).

Battute godibili, gag simpatiche, ottime musiche, un intero cast impegnato e credibile (e che evita ogni facile macchiettismo), ritmo veloce, tono leggero e scanzonato che offre però più di uno spunto di riflessione… quanto basta per trascorrere due ore al cinema divertendosi senza mortificare la propria intelligenza.

Jim Carrey, sempre più "volto di gomma", sempre più mattatore, irruente, istrionico, camaleontico (un prodigio di abilità recitativa ...a quando l'Oscar?) è naturalmente la carta vincente.
Un bentornato a Terence Stamp, carismatico più che mai, qui veramente irresistibile (...l'attore più sorprendente è Terence Stamp, esagerato, euforico, violento, La Stampa).
Buffa, dolce e brava Zooey Deschanel.
Fionnula Flanagan, divertentissima, conferma la sua eccezionale duttilità.

Pubblicato su Cineocchio

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martedì 6 gennaio 2009

"The Strangers" di Bryan Bertino

(The Strangers)
Liv Tyler, Scott Speedman,
Gemma Ward, Kip Weeks, Laura Margolis
Thriller, 85 min. USA 2008, Universal Pictures
[Uscita nelle sale Venerdì 2 Gennaio 2009]

Critiche discordanti per questo film che definire "poco natalizio" è un eufemismo:
Dgmag:
Bertino non racconta nulla, non spiega nulla ma lascia che a parlare siano i protagonisti della vicenda con le loro paure e il loro panico.
Mylittlecinema: The Strangers esplora in pieno le nostre paure più universali, quando la casa di vacanze di una coppia si trasforma in un luogo di terrore...
35mm: La trasposizione di una storia ispirata da fatti reali spesso diventa l'ennesimo strillo - sempre più difficile da identificare e distinguere tra i tanti - da manifesto oppure una scusa come un'altra per tentare di risollevare le sorti di un genere da sempre difficile da rinnovare. Poi ogni tanto... si cerca semplicemente di fare un buon film, anche semplice, ma che funzioni e trasmetta qualcosa.
Cineblog: ...non si può far finta che The Strangers sia clamorosamente simile al francese "Them" e al connazionale "Vacancy"… Come evitare quindi di far pesare le ombre dei precedenti film? Semplicemente facendo paura. Che non è costante, e nella seconda parte si perde in situazioni di sceneggiatura non di certo brillanti, risapute e un po' fiacche, ma appunto nella prima parte colpisce ai nervi.
Repubblica: Non che il debuttante Bertino sia incapace di utilizzare le risorse linguistiche tipiche del suspenser…; salvo che, tirato in lungo per un´ora e mezza, il gioco si logora progressivamente fino a perdere efficacia.
La Stampa: Horror di ordinaria amministrazione, però messo in scena, fotografato e montato con una certa abilità.
Ciak: Bertino sa tenere alta la tensione (almeno nella prima mezz'ora).

Ispirato a una storia realmente accaduta (nel febbraio del 2005), il film di
Bryan Bertino (è la sua opera prima registica, dopo una brevissima carriera d'attore) pur non essendo un capolavoro si può ritenere un buon esempio di come si possa realizzare un prodotto più che sufficiente pur avendo un ridotto budget a disposizione.
Nulla di particolarmente originale o di innovativo in un genere (il thriller) spremuto fino all'osso ma, per gli appassionati del classico,
"The Strangers" potrebbe essere considerato un piccolo gioiello del brivido.

Bertino sa come tenere lo spettatore con il fiato sospeso: tensione e colpi di scena sapientemente calibrati, giusto clima di suspense dall'inizio alla fine (anche se non tutto torna nella sceneggiatura che, meritevolmente, lascia spazio alla immaginazione del pubblico). Le riprese con camera a mano (inusuali in un ambiente d'interni) dai movimenti opportunamente ondulatori e irregolari, la contrapposizione tra immagini a fuoco e immagini sfocate, il montaggio abile nell'intercalare pause statiche a rapidi stacchi, il sonoro appropriato (come raramente accade) che gioca sul contrasto tra rumori da far gelare il sangue e la musica rassicurante di un giradischi, l'ottima fotografia con il suo inquietante gioco di luci e ombre... contribuiscono a creare un'efficace atmosfera angosciante claustrofobica paranoica...
Si aggiunga che qualcuno in cerca di profondità potrà vedere in questo film (il regista ha dichiarato
"Volevo esplorare qualcosa che accade a personaggi molto deboli, come facevano i film di un tempo") una analisi della fragilità dell'uomo che lotta per la sopravvivenza, una analisi della incomprensibilità della psiche umana... una riflessione sulla gratuita violenza quotidiana, una riflessione sul senso da dare alla vita e alla morte ("Si cerca sempre di dare al male una ragione, un volto. Ma qui non ce l'ha" ).

Un'opera asciutta ed essenziale, senza fronzoli (come invece avviene nella maggioranza di prodotti simili) e con lodevole assenza di splatter, un'opera che non fallisce nel comunicare inquietudine impotenza paura incubo.

Quasi tutto il film poggia sulle spalle di una inedita Liv Tyler, brava, come del resto lo è Scott Speedman (benché vi sia il sospetto che non si impegnino più di tanto riescono a creare una certa empatia con lo spettatore).

p.s.
Da Hollywood giunge la notizia che Bryan Bertino, visto il buon successo al botteghino, è al lavoro sullo script di un sequel.

Pubblicato su Cineocchio

sabato 3 gennaio 2009

"Madagascar 2" di Eric Darnell, Tom McGrath

(Madagascar: Escape 2 Africa)
(voci) Ale & Franz, Chiara Colizzi, Roberto Gammino, Oreste Baldini
Animazione, 89 min., Usa, Universal Pictures
[Uscita nelle sale Venerdì 19 Dicembre 2008]


Non mancano isolate voci negative:
...come evitare la sensazione che il cartoon, pur conoscendo in questi anni i maggiori successi della sua storia, rischia di diventare sempre più vuoto e fragoroso, più ossequente alla dittatura degli effetti speciali? (Il Corriere della Sera). La trama non brilla dunque per originalità… (Il Giornale). Madagascar 2 è di gran lunga meno inventivo del precedente (L'Unità).
Secondo la maggioranza dei critici però ci troviamo di fronte a un film che, a tre anni di distanza dal primo episodio, supera questo per fantasia e divertimento:
Visivamente incantevole (La Stampa). Non capita spesso, ma ci sono sequel migliori dell'originale; e questo è il caso di Madagascar 2 (Repubblica). Il primo capitolo... aveva già fatto il pieno di consensi, ma il sequel non delude e anzi accentua la capacità di parlare per «interposto animale» delle paure e le pazzie del nostro tempo (Il Mattino). Buona idea, film intelligente e festoso (L'Espresso). Pieno di trovate da urlo… (Il Messaggero).

Gag strepitose, personaggi (simpatici e accattivanti più che mai) che stupiscono ad ogni loro apparire, trama molto articolata e intrigante che non ti lascia un attimo di tregua e colma di umorismo (a volte demenziale e surreale), dialoghi fantastici e irriverenti, ritmo veloce, immagini coloratissime, parodie e citazioni continue...queste le caratteristiche salienti del nuovo gioiello della DreamWorks Animation, sceneggiato dal grande Etan Cohen (e diretto sempre da Eric Darnell e Tom McGrath).
Un film emozionante (e a tratti poetico) che sa come intrattenere grandi e piccoli, che esalta il valore dell'amicizia, l'amore per il prossimo, l'accettazione della diversità, e che non esita a ironizzare sui turisti fai da te e sulle pretese della medicina alternativa, nonché a trattare problemi importanti come la ricerca di un'identità perduta, il ritorno alle proprie origini, il confronto-scontro tra civiltà e vita selvaggia,le pazzie dell'attuale mondo e degli adulti in particolare (è indubbio, come scrive Il Manifesto, che
gli eroi di Madagascar 2 siano in realtà dei newyorchesi con tutti i vizi dei cittadini precipitati nell'Africa più selvaggia).

Uno dei migliori esempi di computer grafica degli ultimi anni.
Ottima la colonna sonora black,
che può essere considerata la ciliegina sulla torta (Cinemaniaco).
Buono il doppiaggio (benché manchino le voci di Michelle Hunziker e di Fabio De Luigi).

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lunedì 29 dicembre 2008

"La Duchessa" di Saul Dibb

(The Duchess)
Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominic Cooper, Hayley Atwell
Drammatico, 110 min., Gran Bretagna, Francia, Italia - Bim
[Uscita nelle sale Venerdì 24 Dicembre 2008]



Critiche non del tutto negative ma, nel complesso, non entusiasmanti per quest'opera vista al Festival del Film Internazionale di Roma:
Il Corriere della Sera: ...
il film resta come raggelato nella sua composta eleganza e nella sua algida bellezza, senza aggiungere niente di nuovo alla consolidata tradizione dei film storici di scuola inglese dove foto, costumi e scenografia servono soprattutto a incorniciare bene gli attori.
Liberazione: Punto decisamente debole, Keira Knightley: ancora rigida e timorosa nel far apparire doti recitative…
Lo Specchio: ..."La Duchessa" racconta queste pene con una sensibilità e una mentalità contemporanee, ignorando quali fossero i rapporti coniugali nell'alta aristocrazia dell'epoca, trascurando il fatto che sentimentalismo o romanticismo sarebbero venuti un secolo più tardi, nell'Ottocento. Nel Settecento il matrimonio nobiliare o regale era prettamente sociale, come nei secoli precedenti: non comportava emozioni né dolori diversi dalle ferite all'orgoglio o al rango, non prevedeva passione amorosa né sessuale.
Il Giornale: ...non ha ambizioni di ricostruzione storica, quanto di evocare un'emancipazione personale, per far felice un pubblico femminile… Ralph Fiennes surclassa Keira Knightley…
Persinsala: Keira Knightley passa, indenne, tre gravidanze legittime e una illegittima per non parlare dei due aborti, senza che una ruga, una sbavatura nel trucco, un capello fuori posto o un abito minimamente sgualcito le rovinino la perfezione da Madamoiselle di Chanel.
La Stampa:
Qualità cinematografica poca, divertimento molto.
Movieplayer: Dai costumi ai sentimenti in gioco, dagli scenari alle nuance interpretative fino alle musiche, tutto è già visto, consumato e rielaborato.

Ispirandosi al romanzo di Amanda Foreman,
Saul Dibb nel suo secondo lungometraggio ci offre non tanto un affresco dell'Inghilterra della seconda metà del Settecento (siamo all'epoca di Giorgio III) quanto soprattutto un biopic che punta l'attenzione su un celebre e chiacchierato personaggio del periodo: Giorgiana Spencer (sposa -appena diciassettenne- del Duca di Devonshire, celebrata in molti famosi dipinti, amante del futuro primo ministro) fu, in un certo senso, la prima donna politica moderna, affascinante anticonformista provocatrice (da molti definita una femminista ante-litteram), sostenitrice -sembra- della rivoluzione americana e francese. Fu soprattutto, cosa che non è sfuggita ai realizzatori del film consapevoli che avrebbe costituito l'arma vincente con il pubblico, un'antenata di Lady Diana.

A differenza del romanzo che illustra l'intera esistenza della protagonista, la pellicola si interessa preminentemente della sua vita matrimoniale: l'impossibilità per le donne di assecondare il proprio desiderio di felicità costituisce il tema portante del lavoro di Saul Dibb ( (e in questo senso
"La Duchessa" può definirsi una storia senza tempo).

La narrazione dove tutto è prevedibile, lo stile elegante ma senza un guizzo di originalità (qualcuno lo ha definito "esangue e asettico"), le varie psicologie non compiutamente approfondite… e in più i ritmi a volte troppo dilatati e il didascalismo accentuato dispiaceranno allo spettatore più esigente (che probabilmente si annoierà) ma chi dal grande schermo pretende solo un paio d'ore di evasione (possibilmente non banale) apprezzerà il tutto pur non emozionandosi eccessivamente.
Si esce dalla sala con l'alta probabilità che nulla abbia attirato il nostro interesse e il nostro coinvolgimento, e senza alcun ricordo particolare (forse solo la bella colonna sonora di Rachel Portman, famosa per essere stata la prima donna ad aver vinto un Premio
Oscar alla migliore colonna sonora nel 1996 per il film "Emma", autrice anche delle musiche di "Le regole della casa del sidro" e "Chocolat").

Keira Knightley, nonostante il fisico prettamente di oggi che la penalizza e che la rende inadatta a film in costume, è abbastanza credibile (ma il carisma non abbonda). A primeggiare sono però Ralph Fiennes (più bravo che mai, giganteggia nel suo personaggio e magnetizza l'attenzione ogni volta che appare), Charlotte Rampling (vera e propria icona, inarrivabile), Hayley Atwell (una rivelazione, ruba spesso la scena a Keira e in un ruolo non certo facile).

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venerdì 26 dicembre 2008

"Baby love" di Vincent Garenq

(Comme les autres)
Lambert Wilson, Pilar López de Ayala, Pascal Elbé, Anne Brochet
Commedia, 90 m., Francia 2008, Archibald Enterprise Film
[Uscita nelle sale Venerdì 19 Dicembre 2008]


Critiche non del tutto entusiaste per
"Baby love" (infelice traduzione dell'originale "Comme les autres" che meglio corrisponde a quello che dovrebbe essere l'interrogativo di fondo del film: perché una coppia gay non può desiderare di essere "come gli altri"?). Tutte lodano gli interpreti e il ritmo ma quasi tutte concordano nel rimproverare alla pellicola una certa superficialità. Eccone un piccolo esempio:
MyMovies:
"Baby Love" lascia dialogare tra loro le diverse posizioni, alterna slanci e pudori, mima una profondità di sguardo che non possiede… una pellicola che procede spedita, forte di ottimi attori...
Il Corriere della Sera: Racconto senza pregiudizi né stereotipi… Finale lieto e buonista…
Il Giornale: Scoppiettanti i dialoghi, simpatici gli interpreti...
Il Messaggero:
Almodovar è lontano anni luce. Qui tutti sono belli ed agiati, le coincidenze arrivano sempre al momento giusto, etc. Il cinema non ci guadagna nulla, ma intanto il dibattito è aperto.
La Stampa: All'inizio il film pare un atto di solidarietà verso le coppie omosessuali, poi diventa una commedia divertente, appena un po' corriva.
35mm: Nonostante la complessità del tema, siamo di fronte ad una commedia che vuole far riflettere, ma non troppo, e che si offre alla visione di ogni tipo di pubblico.
Cinemadelsilenzio: ...una commedia dallo sviluppo banale, con buone potenzialità tutte inespresse, che scivola via senza asperità e si lascia facilmente dimenticare.

Al suo esordio nel lungometraggio Vincent Garenq (che dopo aver frequentato la scuola di cinema, indirizzo regia, si è cimentato nella scrittura di sceneggiature e nella realizzazione di documentari) ha inteso affrontare tematiche importanti su cui oggi si discute molto (la coppia omosessuale, le madri surrogate, la fecondazione assistita, il problema dell'adozione) con leggerezza, delicatezza e ironia tali da far dimenticare ogni pregiudizio. Impresa riuscita? Non direi.

Ambientato a Belleville (
quartiere -ha dichiarato il regista- etnicamente e socialmente meticcio, aperto alla diversità ma che nel film è completamente ininfluente e quasi inesistente e con cui i personaggi non hanno alcun rapporto) la pellicola vorrebbe armonizzare sorriso e riflessione, impresa tutt'altro che facile, e che qui mostra le corde. "Baby love" si rivela superficiale e banale, una commedia apparentemente progressista che pur rifuggendo lodevolmente da ogni volgarità lascia il tempo che trova e che risulta inutile, inconcludente, buonista e patinata all'eccesso: il tema principale (che supponiamo essere la famiglia omoparentale) è così delicato che avrebbe meritato per lo meno una riflessione più dignitosa (Massimo Borriello).

L'intreccio è ben congegnato ma la regia non riesce a renderlo minimamente credibile né coinvolgente per lo spettatore che, piuttosto scettico, osserva quanto accade sullo schermo ridendo spesso a sproposito (...niente di peggio per uno spettacolo).
Che qualcosa non funziona lo si avverte dalla sensazione che il film, che dura appena un'ora e mezza, sia eccessivamente lungo. Non solo a tratti serpeggia la noia ma anche un certo senso di fastidio nel vedere tutti questi ambienti ultraeleganti, tutti questi personaggi belli raffinati benpensanti corretti ed educati, tutte queste situazioni che si vorrebbero divertenti ma che sono perlopiù ridicole.

Peccato. Poteva essere un inno al diritto alla libera ricerca della propria felicità (qui, come in tanti film non francesi ma americani, il sogno si realizza), risulta invece una commedia di gusto televisivo che pretende di essere graziosa e che, senza alcun minimo slancio creativo, rivela di essere solo eccessivamente e assurdamente consolatoria: una perdita di tempo.

Bravi Lambert Wilson, in un ruolo per lui insolito, la spagnola Pilar Lopez De Ayala, Anne Brochet in una divertente caratterizzazione (un po' in ombra Pascal Elbé).

p.s.
Notazione a margine: ma una coppia in cui uno fa l'avvocato e l'altro il pediatra… quando avrà tempo di stare con un figlio?

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"Ultimatum alla Terra" di Scott Derrickson

Centra
(The Day the Earth Stood Still)
Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Kathy Bates, John Cleese, J. C. S. Smith
Fantascienza, 103 min., USA 2008 – Twentieth Century Fox
[Uscita nelle sale Venerdì 12 Dicembre 2008]



Il bel film del 1951 del grande Robert Wise è nella memoria di tutti gli appassionati del genere (anche perché era uno dei rari casi, negli anni Cinquanta, di "fantascienza di sinistra" che invece di paventare il pericolo rosso inneggiavano al pacifismo: grande coraggio nell'opporsi alla guerra fredda e al maccartismo con la sua paranoica caccia alle streghe ). Da evidenziare poi che per la prima volta eravamo noi umani ad essere i diversi, per la prima volta un film aveva come punto di vista quello dell'alieno, dell'invasore (Cineblog).

Ammalata ormai da tempo di remake a tutto spiano, Hollywood ne propone una nuova versione (diretta da Scott Derrickson) condita, naturalmente, dai soliti ripetitivi inflazionati effetti speciali.
La critica non è stata tenera:
Il Giornale: I paragoni storici non v'interessano? Lasciate perdere questo modesto film.
L'Unità: ...tedioso.
Cineblog: ...il film non può nemmeno lontanamente esser paragonato alla versione originale, a causa di una sceneggiatura che grida semplicemente vendetta…
Repubblica: ...il tasso emotivo del film, del resto, è inversamente proporzionale all'uso dei trucchi digitali (difficile, ormai, definirli "effetti speciali", tanto sono diventati comuni).
Liberazione: ...un film di fantascienza approssimativo e fintamente vintage, dotato di un ottimo cast sempre confinato in dialoghi e caratterizzazioni banali. Budget alto, ma non si vede.
Panorama: ...da un cult non può essere tratto un nuovo cult.
35mm: I classici dovrebbero esser lasciati stare, specie quelli di fantascienza. Non è riuscito nell'impresa l'inventivo Tim Burton col suo "Planet of the Apes" né il Re Mida del cinema americano Steven Spielberg, rifacendo "La guerra dei mondi".
Avvenire: ...un gran brutto pasticcio.
Il Secolo: ...drammone popcorn movie.
Xanadu: Scott Derrickson si assume l'incarico di dirigere su commissione il film apocalittico di Natale targato Fox, e lo fa senza lode e con una buona dose d'infamia, costruendo un contenitore vuoto, privo di spessore...

I tempi sono cambiati. Il pericolo non è più la guerra atomica ma l'ambiente sempre più maltrattato (l'impegno ecologista caratterizza sempre maggiormente l'America progressista). Sembrerebbe quindi che la prospettiva della nuova versione sia radicalmente diversa da quella originale ma, a pensarci bene, non è del tutto vero: giustamente Il Mattino scrive che Derrickson e i suoi sceneggiatori sono riusciti a preservare lo spirito del vecchio film nell'assunto che l'uomo è il vero nemico di se stesso.
Il problema del riscaldamento globale e dell'esaurimento delle risorse energetiche è al centro del film, ma il vero problema è che il tema è svolto in modo talmente scontato e superficiale da non appassionare affatto lo spettatore di cui non riesce a calamitare l'attenzione e l'emozione.
Situazioni e risvolti poco verosimili, nessi logici sconclusionati, psicologie alquanto approssimative ed improbabili, dialoghi stereotipati che definire banali è poco, vicenda piatta e prevedibile, didascalismo eccessivo, conclusione troppo veloce e scarsamente interessante, eccesso di spot pubblicitari che andavano evitati… rendono lo spettacolo una vera e propria occasione sprecata che non può non deludere non solo il pubblico più esigente ma anche chi dal grande schermo pretende un intrattenimento minimamente coinvolgente.

Gli ottimi (solitamente) attori presenti sono completamente sprecati.
Da sottolineare che Keanu Reeves (non all'altezza di Michael Rennie, uno dei migliori attori di teatro inglese, che interpretò nel 51 lo stesso ruolo) sembra ormai essersi fossilizzato nel personaggio di "Matrix", monocorde e ascetico come non mai.

In definitiva mi trovo pienamente d'accordo con Pietro Salvatori: "Ultimatum alla Terra" è un'operazione strumentale, nata senza quella verve e quel gusto nel mettere in piedi una storia che sono condizioni basilari affinché un buon film di intrattenimento non cada nella temibile morsa della noia.

p.s.
Ultimo demerito, come giustamente sottolineato da Gabriele Niola: il film è fastidiosamente evangelico, individuando anche apertamente delle costanti tra il comportamento alieno e quello del Dio cristiano nei vangeli.

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mercoledì 17 dicembre 2008

"Stare fuori" di Fabiomassimo Lozzi

Con Federico Pacifici, Guja Jelo,
Ivo Micioni, Nausica Benedettini,
Carlo Del Giudice, Alessandro Riceci, Dagmar Lassander, Matteo Orsini
Sentimentale, durata 91 min.
Italia 2008, Distribuzione A.B.
[Uscita nelle sale Venerdì 12 Dicembre 2008]



"Stare fuori" non ha convinto del tutto la critica:
Repubblica:
Lozzi utilizza consapevolmente il registro del melodramma fiammeggiante, ispirandosi a modelli alti (quanto pericolosi da imitare)… Il film gioca le sue carte uscendone un po´ malconcio.
Ciak:
Se le intenzioni e le ambizioni di Lozzi sono tutt'altro che banali o corrive, strumenti e senso della misura non gli vengono qui in soccorso.
Ilaria Mariotti:
La sensazione che lascia è di aver assistito ad un racconto fatto di forzature, troppo rallentato e alla ricerca dello struggimento a tutti i costi.
35mm:
Il dramma sfocia nella tragedia ma spesso i personaggi sono talmente estremi da risultare grotteschi, quasi caricaturali.

Esordio nel lungometraggio di
Fabiomassimo Lozzi (scrittore, sceneggiatore e autore finora soprattutto di documentari e corti) che -dichiaratamente- intende rendere omaggio al melodramma tipico degli anni Cinquanta (più a quello americano che a quello italiano).
Rappresentante più che degno del cinema indipendente d'autore italiano, in questo lavoro Lozzi si è impegnato al massimo sia dal punto di vista formale che contenutistico (ma è il primo aspetto a risultare il più riuscito).
Amore folle e morboso, sesso disperato, ossessioni, sentimenti esasperati, allucinazioni, lacrime a piè sospinto, fughe, rimpianti, morte (nonché omosessualità) sono i temi portanti: non tutto è chiaro e coerente nella narrazione (ispirata a un fatto realmente accaduto una ventina d'anni fa) con il suo mix di kitsch, commedia, tragedia, deliri, lutti, sofferenze varie, amori materni e amori passionali… ma è indubbio che il film coinvolge (e commuove in più di un punto) grazie anche a una raffinata regia e a uno stuolo di attori da applaudire incondizionatamente (benché sia forse da rimproverare una certa impostazione eccessivamente teatrale).
Un film surreale e delirante (con un'intensa e suggestiva colonna sonora) dove tutto è eccessivo ed estremo (in diretta polemica con il generale piattume che ci circonda?) che si differenzia -coraggiosamente- dalla corrente produzione italiana... basterebbe solo questo per renderlo degno di nota.

"Stare fuori" è uscito in pochissime sale: merita qualcosa in più.

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domenica 14 dicembre 2008

"Come dio comanda" di Gabriele Salvatores

Con
Filippo Timi, Elio Germano, Alvaro Caleca,
Fabio De Luigi, Angelica Leo, Vasco Mirandola,
Ludovica Di Rocco, Alessandro Bressanello
Italia 2008 - Drammatico - 103 minuti - 01 Distribution
[Uscita nelle sale Venerdì 12 Dicembre 2008]



Critiche controverse per il film che riunisce la coppia Salvatores-Ammaniti cinque anni dopo "Io non ho paura".
Corriere della Sera:
Ma al di là dell'indubitabile abilità tecnica... tutto sembra troppo "significativo" (e un po' prevedibile) per emozionare davvero.
MyMovies: Gabriele Salvatores lavora abilmente sui confini del thriller, sull'impasto tra realismo e mito…
La Stampa: ...è costruito e realizzato benissimo, con una forza grande, appassionante.
SentieriSelvaggi: ...la materia narrativa sembra continuamente sfilacciarsi, disperdendo la tensione altrove.
Magazine-Libero: Si possono mettere in luce i difetti, lamentare il trattamento di alcuni personaggi, puntare il dito contro la coerenza dell'impianto... Bisogna però riconoscere a Gabriele Salvatores la capacità di reinventarsi ogni volta, spiazzare la critica e sfidare le attese del pubblico.
Il Giornale: ...
di Germano si è detto troppo che è bravo e lui ha finito col crederlo…
Film.tv: Le scelte attoriali sono meno felici del solito (Germano gigioneggia, Timi è una presenza suggestiva ma dal tono teatrale, il giovane Alvaro Caleca dà il meglio a partire dalla tragedia e Fabio De Luigi non è irresistibile nei panni di un improbabile assistente sociale).

Raramente il grande schermo ci aveva offerto un racconto e figure così sgradevoli. Un angoscioso e angosciante affresco di provincia e di esseri squallidi degradati emarginati, chiusi nel proprio egoismo e nella propria solitudine, dominati dall'odio dalla violenza dal disprezzo verso tutto e tutti, senza speranza e senza aspettative, esseri
incattiviti per la paura e la rabbia… animali incapaci di concedersi il giusto amore, che delle proprie disgrazie incolpano sempre gli altri (Massimo Borriello). Un ambiente aspro cupo desolato che rispecchia in pieno l'animo dei personaggi. Un'opera (nonostante il finale) oltremodo pessimista sulle sorti dell'umanità che irrita inquieta turba… un film -scrive giustamente l'Unità- che è un... cazzotto nello stomaco.

Personaggi non sempre credibili e dai risvolti non sempre verosimili, lungaggini che si potevano evitare, recitazione non del tutto convincente (Elio Germano soprattutto non persuade nel difficile ruolo affidatogli), trama dal finale non chiaro in ciò che vuole dire (ottimismo nonostante tutto? una lettura edificatoria della vicenda? l'amore che, seppur fisico e feroce, vince tutto? il diavolo non è poi così cattivo come si dipinge?)… sono il rovescio della medaglia di un lavoro tecnicamente ineccepibile, molto curato nella forma.
E' la sceneggiatura che lascia a desiderare. Problematico quello che Ammaniti e Salvatores abbiano voluto mostrarci: una storia di quotidiana disperazione? l'ottundimento carico di odio e paura dell'Italia di oggi? il disagio del profondo Nord? l'ambiguità dei sentimenti umani? l'affresco dell'ineluttabilità di una società che è fatta così? l'analisi di
esseri malvagi e innocenti insieme, indotti al male da una serie di circostanze che si chiamano disoccupazione, ignoranza, povertà, isolamento… (Fabio Ferzetti)? l'esplicitazione dei versi di Fabrizio De André C'è amore un po' per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada?

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venerdì 12 dicembre 2008

"Padiglione 22" di Livio Bordone

Con
Regina Orioli, Giuseppe Antignati, Arturo Paglia
Giuseppe Antignati, Dario D'Ambrosi, Corinna Locastro, Valentina Gristina
Elio Germano, Gaetano Amato
Italia 2006 -Thriller - 82 minuti - Paco Cinematografica
[Uscita nelle sale Venerdì 12 Dicembre 2008]


L'opera di esordio del regista trentatreenne siracusano Livio Bordone ha ricevuto ovunque ottime recensioni (ma i media lo stanno colpevolmente trascurando):
MyMovies:
Un'emozionante viaggio nei meandri della mente con i migliori giovani volti del panorama italiano.
Pellicolascaduta: Bordone dimostra di saper costruire inquadrature interessanti che si fanno mezzi di trasporto delle emozioni e non misere appendici che non fanno altro che riportare fatti ed episodi.
Anastasia Mazzia:
Fiumi di parole si spendono sempre sulla decadenza del cinema italiano, per la mancanza di giovani registi, di nuove idee. In realtà... Livio Bordone riesce a regalare un'assoluta novità.

Se pure con notevole ritardo,
"Padiglione 22" esce finalmente nelle sale (dapprima solo a Roma e a Palermo, successivamente arriverà a Trieste, Milano, Firenze, Bologna, Modena, Siracusa, Catania e Cagliari).

Un thriller paranormale che a volte sembra fare l'occhiolino all'horror italiano degli anni '70 (come molti critici hanno sottolineato), ma con una perizia tecnica, una qualità visiva e una prestazione attoriale che a quello certamente mancava.

L'ambizione -ha dichiarato il regista- era di fare un film pressoché muto, in cui fossero solo le immagini a parlare, abbandonando così la semplice velleità narrativa. Cercando, forse in maniera presuntuosa, di regalare al pubblico non una storia ma una sorta di viaggio emozionale. E in effetti "Padiglione 22" contiene pochissime parole, del resto superflue: sono i luoghi a parlare, i volti, i gesti...
Un mix omogeneo e funzionale di flashback, fatti reali e immaginari (?), sogni e allucinazioni che attanagliano l'attenzione dello spettatore e creano un clima di tensione non sempre presente in film del genere. Film che va letto non solo come ottimo esempio di ghost story ma soprattutto come ammirevole denuncia di quanto accadeva in Italia prima che la legge Basaglia liberasse i degenti dalla segregazione coatta: pienamente riuscite quindi le intenzioni del regista che, alla presentazione del suo lavoro, ha affermato
Tutto il film è giocato sul perenne dubbio, sottile, se ciò che accade alla protagonista è reale o se sia tutto frutto della sua mente. Inoltre il tentativo di raccontare un angolo buio della storia italiana, il periodo della realtà manicomiale, filtrato attraverso le regole di un genere come il thriller.

Bravissima Regina Orioli nel non facile ruolo di una donna dilaniata dai sensi di colpa, eccezionale nel comunicarci nevrosi e ossessioni.

Grande successo lo scorso anno al Festival di Shanghai (l'evento cinematografico più importante del continente asiatico)
"Padiglione 22" è un film consigliabile a chi dal grande schermo pretende emozioni non banali e stimoli a riflessioni non superficiali.
Onore alla Paco Cinematografica che l'ha prodotto e distribuito (la Paco è nata nel 2003 come realizzatrice di documentari a scopo umanitario. Tra il 2005 e il 2006 il passo verso il grande schermo. A lei si deve la realizzazione di uno dei migliori film della passata stagione,
"Cover Boy").

Pubblicato su Cineocchio

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domenica 7 dicembre 2008

"La felicità porta fortuna" di Mike Leigh

(Happy Go Lucky)
Con Sally Hawkins,
Eddie Marsan, Nonso Anozie, Samuel Roukin, Sarah Niles,
Alexis Zegerman, Karina Fernandez,
Commedia, 118 min. - Gran Bretagna 2008 - Mikado
[Uscita nelle sale Venerdì 5 Dicembre 2008]


La critica di tutto il mondo ha esaltato (giustamente) film e protagonista.

Ha scritto Il Messaggero:
"A Berlino fu un colpo di fulmine. Da anni non si vedeva un'ondata di buonumore così contagiosa in un festival".

Con grandi film (per lo più altamente drammatici)
Mike Leigh aveva mietuto premi a iosa (Momenti tristi vincitore nel 1972 del Grand Prix a Chicago e del Leopardo d'oro a Locarno, Belle speranze miglior film agli European Film Awards 1988, Dolce è la vita proclamato nel 1991 miglior film dalla National Society of Film Critics, Naked migliore regia a Cannes nel 1992, Segreti e bugie miglior film nel 1996 sempre a Cannes, Tutto o niente vincitore del London Critics Circle Awards 2003, Il segreto di Vera Drake Leone d'oro alla Mostra di Venezia nel 2004). Ora, quattro anni dopo dall'ultimo film, cambia totalmente registro e ci regala una vera e propria boccata d'aria fresca, un sano e sincero ottimismo che coinvolge e affascina.
Si esce dalla visione più sereni, più riconciliati con il mondo (e con noi stessi): di questi tempi non è poco.

"La felicità porta fortuna" è un film brioso e spumeggiante che diverte non banalmente, un film in cui apparentemente accade poco ma che in realtà è la rappresentazione di un microcosmo (affollato da innumerevoli personaggi delineati perfettamente con pochi cenni) in cui non è difficile riconoscersi, microcosmo che ruota intorno a una figura femminile difficilmente dimenticabile ("una sorta di cartone animato in carne ed ossa che però mai cade nella trappola della caricatura, ed alla fine risulta pienamente credibile e toccante pur nel suo essere un personaggio completamente o quasi fuori dal mondo", Comingsoon).

Un film che dà risalto alla fotografia multicromatica, alla musica, alle parole più che all'azione (e che ha il merito di mostrarci una Londra insolita, non grigia e piovosa ma solare e colorata).
Un film leggero ma non superficiale col suo offrire un quadro veritiero delle contraddizioni e dei lati negativi dell'odierna società.
"Una commedia umana realistica e quotidiana" (Il Corriere della Sera) che ci invita a ridere ma che, contemporaneamente, ci induce riflettere.

Sally Hawkins, in un ruolo non facile di una ragazza che sorride al mondo e che è sempre pronta a cogliere il lato divertente della vita, (
"uno spirito libero, aperta e generosa, simpatica e anarchica, ma anche in grado di essere concentrata e responsabile, ha tempo per tutti e chiunque la incontri si innamora di lei" recita la presentazione del film) è sorprendentemente brava e travolgente: bene ha fatto il Festival di Berlino a premiarla (da ricordare anche "l'istruttore" Eddie Marsan e "l'amica" Alexis Zegerman, incoronati al British Independent Film Awards come miglior attori non protagonisti).

Chiaro (condivisibile anche se non sempre facile da attuare) il messaggio del film:
"sorridere sempre e prendere tutto con ironia e' il segreto per vivere meglio".

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venerdì 5 dicembre 2008

"Stella" di Sylvie Verheyde

Con
Leora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Guillaume Depardieu,
Thierry Neuvic, Jeannick Gravelines, Valérie Stroh
Drammatico, durata 102 min. - Francia 2008 - Sacher
[Uscita nelle sale Venerdì 5 Dicembre 2008]


Il film ha entusiasmato pubblico e critica al Festival di Venezia. Nanni Moretti se ne è innamorato immediatamente e grazie alla sua Sacher è possibile ora vederlo nelle nostre sale.

Al suo terzo lungometraggio dopo un periodo di pausa,
Sylvie Verheyde ci regala un piccolo grande film evitando accuratamente ogni forma di retorica, di luoghi comuni, di stereotipi... pur parlando (cosa non facile) di sentimenti e di adolescenza (e senza fastidiose tentazioni nostalgiche).
Temi portanti del film sono l'amore l'amicizia la compassione il dolore la solitudine… i disagi e i traumi che ogni essere in fase di crescita prova sulla sua pelle (e in cui ognuno di noi può riconoscersi) e il tutto offrendo un quadro acuto e intelligente non solo dell'adolescenza e del pianeta donna ma anche delle famiglie in disgregazione, delle banlieus di Parigi, degli anni Settanta (perfettamente ricostruiti).

Regia e sceneggiatura si spostano armoniosamente e abilmente tra due mondi diversi e contrastanti (l'elegante scuola borghese e il bar tumultuoso -frequentato da ubriaconi disadattati criminali- dove la protagonista passa gran parte della giornata), due mondi (ritratti con sobrietà e sincerità) che aiuteranno Stella, fragile e determinata al contempo, a scoprire nuove realtà e a maturare con graduale consapevolezza.

Una narrazione ironica ma anche triste e romantica (a tratti anche violenta), leggera pur affrontando temi seri e difficili, che cattura immediatamente la nostra attenzione rendendoci partecipi e complici come raramente accade.

Un film (in gran parte autobiografico, la regista ha trascorso l'infanzia nei quartieri poveri di Parigi dove i suoi genitori gestiscono un caffé) garbato e sensibile che intenerisce commuove diverte coinvolge... Un film senza eccessi didascalici o consolatori che, inducendo a riflettere su noi e il nostro passato, ci invita a prestare maggiore attenzione ai giovani, ad ascoltarli, a comprenderli nonostante tutto. Un film che (sorprendentemente e in controtendenza) esalta il valore della cultura e del suo potere di riscatto e libertà.

Giustissimo quanto scrive Marco Lodoli su Repubblica:
"...andrebbe fatto vedere a tutti i ragazzi delle periferie italiane… quelli che devo convincere in ogni modo a non abbandonare aule e libri, perché se mollano è la fine, per loro fuori ci sarà solo desolazione e miseria, anche se sono convinti del contrario".
Eppure, al contrario di quanto accaduto in Francia, la nostra censura lo ha vietato ai minori: incomprensibile!

Bravissima nella sua credibilità l'esordiente Léora Barbara, ma un plauso anche a Karole Rocher e Benjamin Biolay (nei panni dei genitori di Stella) e a Guillaume Depardieu (nella sua ultima apparizione).

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mercoledì 3 dicembre 2008

"Mario il Mago" di Tamás Almási

Con
Franco Nero, Nyako Julia, Vittorio Marsiglia
Antonio Grosso, József Gyabronka, Ági Szirtes,
Zsolt Trill, Vilmos Vajdai, Tibor Gáspár
Commedia, 100 min,
Ungheria Italia 2008, L'Altrofilm
[Uscita nelle sale Venerdì 28 Novembre 2008]

"Mario il Mago" (il titolo è tratto da un racconto di Thomas Mann in polemica col fascismo, polemica trasferita qui contro il capitalismo) è diretto e sceneggiato da Tamás Almási, finora noto come documentarista (tempo fa vinse il Premio Pulitzer per i suoi lavori sulle condizioni di vita delle donne in Ungheria).
E sono le donne a primeggiare in questa commedia agrodolce (i fatti narrati sono realmente accaduti) che inizialmente sembra centrare la sua attenzione su un popolo in cerca di identità quando, dopo la caduta del muro di Berlino, democrazia e capitalismo si affacciano all'Est. In effetti abbiamo una storia al femminile dal finale tragico che vede la protagonista in preda a una ossessione amorosa che la porterà alla pazzia: dramma di una donna ridotta alla follia dai suoi sogni scambiati per realtà.

Un film indipendente, dal basso costo (e si vede… ma questo di per sé non è un male) che soffre per una sceneggiatura che non cura nel dovuto tutti i personaggi e risulta eccessivamente sbrigativa in risvolti che sono invece importanti nello svolgersi della narrazione. Il ritmo lento, i tempi morti, le inquadrature per lo più statiche, il contenuto troppo scopertamente didascalico, il bozzettismo affiorante qua e là... non migliorano la situazione: solo le ultime scene coinvolgono e catturano l'attenzione dello spettatore.
Purtroppo il film (assurdamente!) è doppiato, il che non rende le difficoltà e le incomprensioni del rapporto tra i due protagonisti, Veronica ungherese Mario italiano (difficoltà e incomprensioni su cui tutta la storia è imperniata).

Brava
Júlia Nyakó, poco convincente Franco Nero (qui in veste anche di produttore), sopra le righe Vittorio Marsiglia.

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