Visualizzazione post con etichetta classici cinematografici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta classici cinematografici. Mostra tutti i post

domenica 2 novembre 2008

I Classici: "Smoke"

Un film di Wayne Wang, Paul Auster
Con Harvey Keitel, William Hurt,
Forest Whitaker, Harold Perrineau, Jr.,
Stockard Channing,
Ashley Judd,
Victor Argo, Giancarlo Esposito
Genere Commedia,
colore 112 minuti
Produzione USA 1995.

Vincitore dell'Orso d'argento al Festival di Berlino (ma tutti concordano che avrebbe meritato il primo premio), è uno dei migliori film dell'intera storia cinematografica americana (a Berlino fu presentato col suo seguito, 'Blue In the Face', girato negli stessi posti, con gli stessi personaggi… Colpevolmente i distributori italiani hanno separato le due opere).

Un lavoro che ti riconcilia con la vita e ti persuade che l'uomo non è poi tanto da disprezzare. Un film che rivaluta la parola e la comunicazione interpersonale come bene supremo, che ti fa comprendere quali siano i veri ed essenziali valori di una esistenza degna di essere vissuta. Un film massimamente coinvolgente che si vorrebbe non finisse mai, dove non sai se ammirare maggiormente la sceneggiatura, la formidabile prestazione dell'intero insuperabile cast, l'atmosfera di profonda umanità che si respira.
'Smoke' è un'opera, semplice e complessa al contempo, che non ci si stanca di vedere e rivedere: ogni immagine è da assaporare, ogni dialogo o monologo è un gioiello di intelligenza e di sensibilità.
Lode a regista e scrittore, a
Wayne Wang e Paul Auster, per averci regalato due ore preziose che onorano la cinematografia, una perla rara che riconcilia con Hollywood.
Il finale è quanto di meglio si sia mai visto (e ascoltato!) sul grande schermo.

"...personaggi normali ed eccentrici insieme che, se esistessero, meriterebbero l'Oscar della simpatia" (ilMorandini).
"Film straordinario… Gli ultimi cinque minuti, che visualizzano il racconto natalizio di Keitel, possono entrare nella leggenda del cinema" (ilFarinotti).
"Smoke è un film esuberante e malinconico, con la sua chiave espressiva deliziosamente spiegata nell'ultimo episodio; e fu accolto alla grande nel corso della 45esima Berlinale, dove la giuria (sbagliando come al solito) le assegnò soltanto il secondo premio" (Il Corriere della Sera).
"Smoke, Orso d'argento a Berlino 1995 (ma avrebbe meritato l'Orso d'oro, e si è comunque preso dal pubblico gli applausi di un gran premio)… Leggero come il fumo, ma toccante, divertente, bizzarro, vero nei sentimenti..., Smoke è un film inconsueto e speciale" (Repubblica).
"Auggie... non si dimentica mai di scattare ogni mattina, sempre alla stessa ora, la stessa foto del palazzo di fronte al suo negozio. Un tipo un po' pazzo? Non si direbbe. Anzi, stando dietro il bancone, ha forse capito più di altri che cosa conta davvero nella vita" (Il Sole-24 Ore).
"Un film bello e anche caro, caldo…" (La Stampa).
"Un film sull'amicizia in cui quasi nessuno trova quel che cerca ma impara a conoscere meglio il suo prossimo" (Scanner.it).
"C'è una sceneggiatura scritta con grande precisione e bravura, incentrata su dialoghi allo stesso tempo ironici e malinconici, leggeri e profondi. C'è un cast in stato di grazia... C'è una regia pronta a coglierne le più sottili sfumature, a svelarne ogni più nascosta malinconia. Grande cinema" (Sunchaser.it).
"Keitel è strepitoso, Hurt del tutto rigenerato: il loro duetto, in sottofinale, è semplicemente memorabile" (Tempi Moderni).

tuttiiclassici

lunedì 13 ottobre 2008

I Classici: "Non voglio morire"


(I Want to Live!)
Un film di Robert Wise
Con Susan Hayward,
Simon Oakland, Virginia Vincent
Genere Drammatico, b/n 120 minuti
Produzione USA 1958


Uno dei migliori (e più famosi) film dell'eclettico Robert Wise (l'inizio del suo curriculum vanta il montaggio dei due capolavori di Orson Welles, 'Quarto potere' e 'L'orgoglio degli Amberson'): "...questo era Robert Wise: un regista di grande mestiere, capace di passare con naturalezza da un genere all'altro, bellico, fantascienza, storico, romantico, e soprattutto di maneggiare quell'oggetto delicato che era diventato allora il musical… Ma Robert Wise (non a caso molto apprezzato da Martin Scorsese e John Landis) era di più di un regista per tutte le stagioni, dalla tecnica impeccabile" (Emanuela Martini).

'Non voglio morire', alla sua uscita, ebbe giustamente non solo un enorme successo di pubblico ma un diluvio di critiche entusiaste, entusiasmo che perdura:
"Una parabola ancor attuale, ottimamente sceneggiata... , diretta in maniera ineccepibile da
Wise, che prese spunto da un fatto realmente accaduto, di cui mai però si poté sapere la verità... Straordinaria e intensa l'interpretazione della Hayward... Memorabili le musiche jazz di John Mandell" (CiakHollywood).
"Susan Hayward, una stella scomparsa prematuramente, bellissima, piena di talento. Cose d'altri tempi, quei favolosi anni in cui Hollywood non sfornava film cibernetici, ma ancora si guardava alla realtà per attingerne a piene mani" (Paolo Ciarpaglini).
"Con inquadrature insolite e un montaggio stringato il regista ha creato un clima di suspense; all'effetto complessivo contribuisce la forte interpretazione della protagonista e l'efficace commento musicale" (Cinematografo.it).
"Il cinema americano può vantare tutta una nobile tradizione di opere coraggiosamente impegnate a denunciare, con polemica asprezza, le debolezze e le storture dei sistemi carcerari e dell'amministrazione della giustizia. In tale filone si inserisce degnamente Non voglio morire, qualcosa di più di un efficace ma generico atto d'accusa: la puntuale ricostruzione di una tragica storia vera…" (Cinema Nuovo).
"Wise ha diretto con la forza scarna e severa delle sue opere migliori, facendo parlare i fatti senza forzarli negli schemi di una tesi precostituita" (ilMorandini).

Il film non è solo una sentita e sincera denuncia della atrocità assurda e barbara della pena di morte. E' anche un formidabile ritratto umano, sorprendentemente moderno e reso magistralmente da
Susan Hayward, una delle migliori star della Hollywood degli anni d'oro (tra l'altro ebbe l'Oscar, il Golden Globe, il David di Donatello).

Un film secco asciutto disadorno stringato, senza enfasi e retorica, dal rigore quasi documentario, caratterizzato da una assoluta mancanza di tentazioni spettacolarizzanti.

Un film più che valido ancora oggi, da vedere o rivedere.

(Nel 1983, la Tv americana ne ha fatto un remake).

tuttiiclassici
il remake


mercoledì 27 agosto 2008

I Classici: "La parola ai giurati"

(Twelve Angry Men)
Lee J. Cobb, E.G. Marshall , Martin Balsam,
Ed Begley jr, Jack Klugman.
Genere Drammatico, b/n, 95 minuti.
Produzione USA 1957.

Sidney Lumet (sorprendentemente al suo esordio!) gira in diciannove giorni e con soli 343 mila dollari questo film, unanimamente giudicato un capolavoro della cinematografia americana.
Nel 1997 William Friedkinne ne ha realizzato una versione a colori per la tv (con un cast di grandi attori in cui spiccano Jack Lemmon nel ruolo che fu di Fonda e George C. Scott in quello di Lee J. Cobb), Reginald Rose dalla propria sceneggiatura ha tratto l'omonimo dramma rappresentato nell'ultima stagione da Alessandro Gassman, lo scorso anno
Nikita Mikhalkov ci ha regalato un suo splendido personale remake ("12" ).

Magistrale nell'evidenziare
le diffidenze e le false certezze di cui tutti siamo portatori (chiunque di noi può rispecchiarsi, con i propri sentimenti migliori e peggiori, nei diversi personaggi), Lumet ha firmato forse la sua regia migliore.
La perizia tecnica (uno stupendo bianco e nero, l'utilizzo di lenti che gradualmente avvicinano il fondale allo schermo per dare sempre di più la sensazione di claustrofobia) è completamente al servizio di una sceneggiatura estremamente intelligente, ritratto fedele e convincente di una società in cui sono presenti razzismo e maschilismo (nessuna donna e nessun coloured in giuria), frustrazione, paura, pregiudizi… ma anche sentimenti liberal e progressisti.
Inquietante ritratto di uomini non completamente privi di senso civico ma che inevitabilmente si lasciano influenzare non solo dall'estrazione sociale di chi devono giudicare ma soprattutto dalle loro storie personali. Un'analisi lucida e spietata di uomini di cui non sappiamo il nome ma che nella loro rispettabilità risultano confusi, piuttosto reazionari e (come recita il titolo originario) "arrabbiati", maldisposti a mettere in gioco la propria coscienza.

Il film, alla sua uscita, ebbe un immenso successo di pubblico ed ebbe riconoscimenti un po' ovunque (
tre nomination agli Oscar, due Nastri d'argento, Orso d'oro al Festival di Berlino).
A distanza di più di cinquan'anni,
"La parola ai giurati" non ha perso nulla del suo smalto, apparendo sempre attuale nelle tematiche e sorprendentemente moderno nella tecnica. Lo dimostrano le entusiastiche critiche odierne, di cui riportiamo un sommario esempio:

E' il 1°, eccellente film di S. Lumet, fino a quel momento attivo in TV. Serrato, intelligente, acuto, senza cadute né passaggi artificiosi sebbene l'azione si svolga interamente a porte chiuse (ilMorandini).
Rappresenta uno dei migliori film del genere legal movie, non solo per la sommessa energia attraverso cui il regista dosa i tempi e i movimenti della macchina da presa, ma anche per la disincantata capacità interpretativa dei suoi protagonisti (Wikipedia).
La regia di Lumet è trascinante e semplicemente geniale nel comporre le inquadrature sui giurati: li avvolge in fluidi piani sequenza, li scruta dagli angoli della stanza, li appaia e li separa, e poi passa ai dettagli, e li rivela (Alessia Starace).
...i personaggi non sono mai schematici e la tensione è fortissima (Film.tv.it).
Henry Fonda, di una bravura eccezionale, la sua semplicità i suoi silenzi, fanno parte del suo segreto interpretativo (Emmepi8).
Mai nessuno aveva dato (e darà) tanto dinamismo ad un film girato interamente in una stanza di tribunale (Cinemascope85).
Sotto la guida di una regia attenta e ricca di risorse, il lavoro alla macchina di Boris Kaufman e il concertato fluido e inarrestabile della recitazione alimentano e scandiscono l'azione interamente immersa nella dimensione chiusa e claustrofobica di una soffocante giornata estiva (Mario Sesti).
Unità di tempo, di luogo e di azione. Lumet costruisce questo piccolo gioiello cinematografico seguendo le regole della tragedia classica e avvalendosi di grandi attori che trasmettono ai loro personaggi sfumature ed insicurezze tutte umane (Na).
Non è soltanto un bellissimo e ben costruito film incentrato su tematiche legali e giuridiche, è anche, e forse soprattutto, una brillante, lucida e molto profonda analisi di una società (quella americana in questo caso) fatta di pregiudizi, di razzismi, di staccionate e diffidenze... (Ale55andra.it).
Fulminante esordio alla regia di Sidney Lumet… un capolavoro che non sente assolutamente lo scorrere degli anni, perfettamente costruito e messo in scena...(Manuel Celentano).
...il risultato genera più suspense della maggior parte dei normali thriller (New Yorker).
Il film è uno di quelli che rimangono dentro, uno di quelli che non si dimenticano mai, uno di quelli che mostrano cosa vuol dire fare cinema (Passatempimoderni.it).

Scelto nel 2007 per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, un film vibrante, teso, avvincente, emozionante, coinvolgente come pochi.
Un film da vedere e rivedere.

i classici


giovedì 21 agosto 2008

I Classici: "Passaggio in India"

Passaggio in India
(A Passage to India)
Un film di David Lean
Con Judy Davis, Peggy Ashcroft,
Victor Banerjee, James Fox,
Alec Guinness
Genere Drammatico, colore 163 minuti
Produzione Gran Bretagna 1984

Autore di grandi classici dello schermo e di capolavori indimenticabili (Grandi speranze Breve incontro Tempo d'estate Il ponte sul fiume Kwai Lawrence d'Arabia Il dottor Zivago La figlia di Ryan…) David Lean, nominato Sir, è stato sicuramente uno dei più grandi registi del grande schermo.

Morto il 16 aprile del 1991 all'età di 83 anni, aveva debuttato nel 1941 con
Il Maggiore Barbara (che vide anche il debutto di Deborah Kerr), non è stato un regista prolifico, almeno non così come lo erano alcuni della sua generazione. Ma in ogni opera da lui realizzata, non c'era un dettaglio che non fosse rigorosamente controllato e approvato dal regista. Alcune delle sue pellicole rimarranno indimenticabili, sia nelle splendide immagini che nei volti dei brillanti attori che li interpretavano. Ed è per ricordarlo sempre con affetto che il British Academy Award per il miglior regista è anche conosciuto, in suo onore, come il David Lean Award (Alessandra Galassi).
Passaggio in India è il suo ultimo film e corona degnamente una carriera strepitosa.

Grandi mezzi per un film di alto professionismo che non è soltanto illustrativo. Raffinato, un po' frigido, romantico ma lucido... Ottimi attori
(ilMorandini).

Ispirandosi al romanzo del '24 di Edward M. Forster, David Lean ha realizzato un bellissimo film (ilFarinotti).

Un feroce atto d'accusa contro l'arroganza razzista e tutte le dittature di ieri e di oggi (Emanuel MyMovies).

Passaggio in India viene infine a far contento chi predilige il grande spettacolo in cui dramma e mistero, sesso e avventura sono confezionati a regola d'arte…
Un film che esprime il meglio di sé nel largo respiro della rappresentazione, nell'equilibrio fra il tratteggio dei caratteri e lo sfondo socio-politico, soprattutto in quel senso dell'arcano al quale contribuiscono paesaggi magistralmente fotografati da Ernest Day: luoghi deputati, anche per il loro esotismo, al dubbio e all'ambiguo.
...Il film si lascia infatti godere per oltre due ore e quaranta, ha un'ariosa architettura narrativa, è accuratissimo quando descrive i rituali della colonia, e civilmente persuaso quando rievoca la miseria e lo sdegno degli indiani che gemono sotto il tallone britannico
(Corriere della Sera).

...splendore visivo e perfetto ritmo narrativo (Gianni Canova).

Un film che è insieme grande spettacolo e dramma intimista, affresco di un'epoca e di una mentalità e ritratto psicologico. Sicuramente una gioia per gli occhi, ma non solo. Un'opera appassionante e coinvolgente premiata da 11 nomination agli
Oscar e da 5 ai Golden Globe.

Perfetto il cast, tra cui primeggiano Peggy Ashcroft
(incoronata dagli Oscar) e Judy Davis.
La Davis è una delle migliori attrici del cinema americano e qui offre una prestazione eccezionale. Encomiabile per le sue scelte anticonvenzionali e controcorrente, è una delle attrici-feticcio di Woody Allen.
Moltissime volte candidata agli Oscar e ai Globe, fu pluripremiata nel 2002 per la sua interpretazione in tv della vita di Judy Garland: da sottolineare che l'anno dopo Meryl Streep, nel ricevere l'Emmy Award per
Angels in America, dichiarò "...and nobody has put a performance on film better than Judy Davis in 'The Judy Garland story'...." .
i classici


martedì 12 agosto 2008

I Classici: "Un amore splendido"

Un amore splendido
(An Affair to Remember)
Un film di Leo McCarey
Con Deborah Kerr, Cary Grant,
Richard Denning, Neva Patterson, Cathleen Nesbitt.
Genere Sentimentale
colore 115 minuti
Produzione USA 1957.

Il film sentimentale più citato della storia del cinema, una pietra miliare della Hollywood dei tempi d'oro. Eleganza, stile, raffinatezza in un melò esaltato dalla performance di una splendida coppia, più volte riunitasi meravigliosamente sul grande schermo… due grandi attori giustamente famosi e celebrati.

La massima espressione del romanticismo cinematografico. Purtroppo in Italia la versione originale è stata tagliata, rendendo il film troppo semplice e a volte con una mancanza di senso. Andrebbe vista la versione integrale, piena di dialoghi veramente divertenti e intelligentemente scritti (Mirla Grance).

...insolita gamma dei suoi toni che vanno dall'umorismo della 1ª parte sino all'acceso sentimentalismo della 2ª: l'epilogo è una pagina d'antologia del romanticismo sullo schermo. Uno strappalacrime da non perdere con due interpreti meravigliosi (ilMorandini).

...sorprendente la modernità dei dialoghi...almeno in lingua originale!! Fantastici i protagonisti. Inimitabile. Intenso e divertente! Da vedere sicuramente! (MyMovies).

Che grandi attori, capaci di far capire uno stato d'animo con un guizzo del volto. Quelli di oggi al confronto sembrano scolpiti nel granito (Berlicche.splinder).

Dramma sentimentale che passa con straordinaria fluidità dalla commedia al melodramma. Deborah Kerr in stato di grazia (Film.tv.it).
i classici

domenica 10 agosto 2008

I Classici: "Il commissario Maigret"

Il commissario Maigret
(Maigret tend un piège)
Un film di Jean Delannoy.
Con
Jean Gabin,
Annie Girardot, Jean Desailly.
Genere Giallo, b/n 116 minuti.
Produzione Francia 1958

Molti i Maigret sullo schermo (e sul teleschermo) ma sicuramente il più celebre e significativo è quello reso magistralmente dal grande Jean Gabin.
Maigret tend un piège è un bellissimo film che non ha perso nulla del suo fascino. Clima e atmosfera resi perfettamente da una regia asciutta al massimo (come solo i francesi sanno fare) e che si avvale di un cast che fa scintille. Annie Girardot è, come al solito, superiore a ogni possibile lode, Jean Dessailly offre una performance da applauso in un ruolo dalle mille sfaccettature e tutt'altro che facile.

Da Simenon un bel giallo drammatico e intimista
(ilFarinotti).

Il 1° dei 3 Maigret di J. Gabin, magistrale nell'aderire al personaggio. Bella atmosfera intimista, dialoghi efficaci di M. Audiard, una squadra affiatata di interpreti (ilMorandini).

Jean Gabin, che prima della guerra aveva raggiunto una straordinaria notorietà... sembra ritrovare nella seconda metà degli anni Cinquanta, e proprio grazie a Simenon, una seconda giovinezza. Fra il 1956 e il 1960 interpreta ben sei film tratti da suoi romanzi…
Gabin diventa così l'attore simenoniano per eccellenza, sia per il numero delle sue interpretazioni che per l'ampiezza dei registri
(Alberosito).

Gabin e Maigret si sovrappongono e si annullano reciprocamente, dando vita a un personaggio completamente reinventato (Jacques Siclier).

Gabin-Maigret attraversa i film con il passo pesante e indolente del vecchio funzionario che ne ha viste talmente tante che nulla più può commuoverlo (Jean de Baroncelli).

Gabin si è impadronito di Maigret come Bogart di Marlowe (Manuel Vásquez Montalbán).

Non c'è niente di più godibile di un film di Gabin nei panni del commissario Maigret…
il film non è invecchiato, lo stile di recitazione tiene il passo coi tempi, l'atmosfera d'altri tempi regala al film quel qualcosa in più che fa venir voglia di rivederlo. Gabin è Maigret, per noi. Anche quando leggiamo i libri di Simenon, è a lui che pensiamo, figurandoci il commissario. Un classico
(ilDavinotti).
i classici


sabato 9 agosto 2008

I Classici: "Piombo rovente"

Piombo rovente
(Sweet Smell of Success)
Un film di Alexander MacKendrick
Con
Tony Curtis, Burt Lancaster,
Martin Milner, Susan Harrison, Sam Levene
Genere Drammatico, b/n 96 minuti
Produzione USA 1957.


Alexander MacKendrick, autore della spietata satira "Lo scandalo del vestito bianco" (Oscar per la migliore sceneggiatura) e della celebre travolgente farsa "La signora omicidi", debutta ad Hollywood con questo splendido noir: ma il genere è solo un paravento per affrontare temi molto alti e complessi quali la crudeltà, l'avidità e la bramosia di potere dell'uomo, dei mass-media e di chi li controlla (ilDavinotti).

Un'opera giustamente famosa (ma perché non lasciarle il titolo originale, ben più allusivo e incisivo?) sia per la spietata e coraggiosa analisi che fa di un aspetto importante del mondo americano sia per il duetto Lancaster-Curtis che qui danno il meglio di sé.
Da evidenziare che Burt Lancaster, produttore del film, generosamente cede la scena a Tony Curtis, formidabile nel ritrarre uno dei personaggi più viscidi e meschini che il grande schermo ci abbia mostrato. Le eccezionali qualità recitative del primo sono (ed erano) ben note, ma un Curtis così non si era mai visto (darà ulteriori prove del suo talento drammatico negli ottimi
"La parete di fango" del 1958 e "Lo strangolatore di Boston" del 1968).

...il 1° film hollywoodiano dello scozzese Mackendrick è un intenso, perverso, potente dramma wellesiano di insolita durezza polemica, un po' annacquata dall'epilogo moralistico. Splendido bianconero di James Wong Howe che ci dà una New York notturna diversa dal solito; bella colonna musicale di Elmer Bernstein, brillanti dialoghi aforistici e 2 interpretazioni che lasciano il segno. Indispensabile per un ciclo sul giornalismo made in USA (ilMorandini)

Film che manifesta tutta la sua crudelta,in modo meraviglioso che vanta attori del calibro di Burt Lancaster e Tony Curtis. Indimenticabile (MyMovies).

...indagine acuta e penetrante (Gian Piero dell'Acqua).

...lo straordinario Piombo rovente è uno spietato trattato sulla corruzione morale e materiale del mondo del giornalismo americano (Gianni Canova).

Discesa senza preavviso e protezione nell'inferno della metropoli ad opera di uno dei migliori noir di tutti i tempi, dalla regia liquida e infaticabile, capace di colpire in quasiasi momento. Difficile ricordare un film in grado di portare lo spettatore di fronte allo spettacolo della ferocia e dell'umiliazione con eguale rapidità ed efficacia (Mario Sesti).

La sceneggiatura di Odets e Lehman, la fotografia del grande Wong Howe, l'interpretazione di Lancaster e Curtis in parti di individui spregevoli, per loro insolite, ma soprattutto la regia nervosa e penetrante dell'inglese Mackendrick - cha dà qui il suo film migliore - fanno di questo crudo quadro di costume su un certo ambiente di Broadway-New York, uno dei migliori film americani degli anni '55-'60 (George Sadoul).
i classici


giovedì 7 agosto 2008

I Classici: "Lola Montes"

Lola Montes
di Max Ophüls
del 1955,

con Martine Carol, Peter Ustinov, Anton Walbrook,
Henri Guisol, Lise Delamare, Paulette Dubost,
Oskar Werner, Jean Galland, Will Quadflieg, Héléna Manson.
Prodotto in Francia, Germania Ovest.
Durata: 110 minuti.

Da Cannes a Roma. Il capolavoro di Max Ophuls, nell'edizione restaurata di Cannes Classics 2008, è stato presentato in anteprima nazionale a Villa Medici - Accademia di Francia venerdi' 11 luglio.

Il film narra dell'ascesa e caduta di Lola Montes, celebre ballerina e cortigiana dell'Ottocento che destò scandalo in mezza Europa facendo innamorare Liszt e Luigi II di Baviera. Concluse la sua fastosa carriera come attrazione in un circo americano dove l'impresario la esibisce come un mostro di dissolutezza che il pubblico può baciare per un dollaro.

Più di una sono le copie in circolazione. La più esatta e rispondente alle intenzioni del regista è di circa 115 minuti.
Lola Montes fu, all'epoca dell'uscita, massacrata dai produttori che tagliarono parte del girato di Ophuls (fino a 40 minuti) distribuendo una copia raffazzonata ed incomprensibile. Ma anche la critica ebbe il suo ruolo lanciando strali contro l'opera del regista. Oggi è unanimamente considerato un capolavoro, sia per forma che per contenuto (ma, a mio parere, con due sostanziali difetti: quasi mancante l'evoluzione psicologica del personaggio, sempre simile dall'inizio alla fine; la scelta della protagonista, una Martine Carol che appare poco adeguata alla parte… ma del resto la Carol era l'attrice francese più popolare negli anni Cinquanta…).
Geniale l'utilizzo del Cinemascope, l'allora nuova e rivoluzionaria tecnica cinematografica, rutilanti colore scenografia costumi, originalissimo il modo di rappresentare la vicenda...

...is one of the most celebrated examples of both wide screen CinemaScope and lush Technicolor in film history (Rottentomatoes).

È il capolavoro (e una sorta di testamento) dello squisito, geniale M. Ophüls
(ilMorandini).

Lola Montes è una sfida tecnica e narrativa… Con un effetto di vertigine narrativa che ritorna in modo tematico nelle acrobazie del film, guardiamo lo spettacolo nello spettacolo e la miracolosa macchina da presa di Ophuls volteggia mentre ci proietta in un caleidoscopio di episodi. Il risultato è uno dei massimi esempi di virtuosismo narrativo della storia del cinema (Federico Passi).

Rivederlo adesso nello splendore delle scenografie sfarzose, nella modernissima complessità narrativa, nell'uso antinaturalistico del colore, nel coraggioso montaggio diacronico è una grande esperienza cinematografica (Giovanni Scolari).

Ophuls ha firmato un testamento-capolavoro, contrappuntato dalla partitura sublime di Georges Auric (Francesco Mocellin).

Passo d'addio ophulsiano e trionfo del suo barocco, che riscatta il materiale da feuilleton con una messinscena sfavillante, rutilante, elaboratissima, sfarzosa e disseminata di trasgressioni sintattiche che mandarono in deliquio i giovani della Nouvelle vague (ilDavinotti).

...affresco delirante, orchestrato con un virtuosismo che mai si smentisce (Claude Mauriac).

Film per i poeti e per gli artisti (François Vinneuil).

È il capolavoro del regista che vi è al culmine della sua arte originale e unica, ma anche un deciso rifiuto delle compiacenze verso il pubblico, che, anzi, chiama in causa con violenza (George Sadoul).

Film fiammeggiante… Fu l'ultima dimostrazione del multiforme talento di Max Ophuls… L'opera di questo mago finiva con una apoteosi…
Egli realizza l'ambizione wagneriana dello spettacolo totale: l'uso originale del colore (nella linea dei Renoir e dei Minnelli), il ricorso a mascherini che permettono di modificare a volontà il formato dell'immagine in cinemascope (dando l'impressione di uno schermo di misura variabile, con raffinati cambiamenti a vista), l'agilità inebriante della cinepresa che giostra con le scene, gli accessori, i personaggi e i sentimenti (qualcuno ha parlato a ragione di una «estetica della mobilità»), tutto questo fa di
Lola Montes un atto di fede verso la settima arte, considerata come il luogo privilegiato della magia moderna (Claude Beyle).

The greatest film of all time (Village Voice).
i classici

martedì 29 luglio 2008

I Classici:"Incontri ravvicinati..."

Lo vidi al cinema quando uscì (1977) per la prima volta, lo rividi nel 1980 (edizione speciale con scene inedite), l'ho rivisto recentemente in DVD e l'impressione è sempre la stessa: un capolavoro, sicuramente il miglior film di fantascienza assieme a "2001 Odissea nello spazio" "Aliens" "Blade Runner".

Oggi, in questo clima guerrafondaio che sembra dominare, il film con il suo messaggio di pace, di fratellanza, di accettazione dei diversi è quanto mai attuale.

Per quanto mi ricordi, questo di
Steven Spielberg (suoi anche soggetto e sceneggiatura) è il primo film fantascientifico non angoscioso e con la sua miscela di ordinaria quotidianità, di effetti speciali rutilanti, di aspettative ed emozioni degne di un vero e proprio thriller risulta essere qualcosa che al cinema non si era mai visto.

C'è, fin dalle prime scene, un'atmosfera di magia che esplode alla fine in una celebrazione quasi mistica di gioia e di luce. La sfida contro l'ignoto, la ricerca di qualcosa per cui valga la pena di battersi si colora di profonda spiritualità. E' una "favola buona" questa del regista americano ed è geniale l'innesto nella colonna sonora -nella parte finale del film- di una delle più celebri melodie di Walt Disney. Del resto la musica (assieme alla luce) è una delle protagoniste: la comunicazione con gli extraterrestri può avvenire solo attraverso il linguaggio più universale, la musica appunto.

"Incontri ravvicinati…" (che Spielberg poté realizzare solo dopo il trionfo commerciale de "Lo squalo") è senz'altro una delle esperienze visive -ma non solo- più affascinanti dell'intera storia del cinema (la sequenza finale lascia veramente senza fiato).
Premiato numerosissime volte (Oscar per i migliori effetti speciali sonori, David di Donatello, Grammy Awards…), è stato ora rivalutato anche da quei critici che all'inizio non lo apprezzarono in pieno.

Vorrei qui ricordare almeno due pareri:
Time:
"È straordinaria la meraviglia da togliere il respiro che Spielberg conferisce a ogni inquadratura... Il film è un'apoteosi dell'innocenza artistica: il regista sembra guardare ogni cosa come se fosse per la prima volta".
Dizionario del cinema Morandini:
"È l'opera di un sognatore per sognatori".
i classici
la fantascienza



TopOfBlogs
Add to Technorati Favorites

sabato 26 luglio 2008

I Classici: "I soliti ignoti"


I soliti ignoti, Un film di Mario Monicelli.
Con Claudia Cardinale, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Totò, Tiberio Murgia, Rossana Rory, Renato Salvatori, Memmo Carotenuto, Carla Gravina, Carlo Pisacane, Gina Rovere, Elvira Tonelli, Elena Fabrizi, Pasquale Misiano, Renato Terra, Aldo Trifiletti, Nino Marchetti, Gustavo Serena, Gina Amendola, Mario Feliciani, Mimmo Poli, Lella Fabrizi.
Genere Commedia, colore 111 minuti. - Produzione Italia 1958.

In questi giorni da più parti si celebra il cinquantenario de "I soliti ignoti" di Mario Monicelli, vero e proprio gioiello della cinematografia italiana, e non solo: "Questa specie di versione popolana e ilare di Rififi di Dassin è il miglior film di Monicelli e la migliore commedia all'italiana di sempre. Un bel ritmo, piccole annotazioni gustose e una serie di personaggi abbozzati alla perfezione, e che sono entrati a far parte della memoria collettiva… Campione d'incassi in Italia e buon successo anche negli Usa… Nomination agli Oscar" (Paolo Mereghetti).

Questo capolavoro che
"ha segnato un passaggio importante per la celluloide nazionale" e che "è diventato un radar del suo tempo e… lo specchio di una società e la parabola di una condizione umana" (Guido Barlozzetti), all'epoca non fu pienamente compreso dalla critica ufficiale. Scrive Gianni Amelio: "I soliti ignoti, (destino delle commedie) a qualcuno sembrava acqua fresca. Secondo i parametri di allora, Monicelli era un bravo artigiano affidabile, uno che conosceva il mestiere e per fortuna non aveva grilli per la testa: con un copione che funziona, attori popolari, un po' di soldi, state tranquilli che farà onore, dicevano tutti".

Oggi tutti riconoscono che il film è una tappa fondamentale nell'evolversi della nostra cinematografia: si abbandona
"lo stile provinciale della commedia di costume: macchiettismo caricaturale, vita di popolo, buoni sentimenti. Un cinema artigianale, alla buona, che riscosse un grande successo presso il pubblico più periferico, che riuscì a contrastare i prodotti americani proprio grazie all'adozione di carattere e tradizioni locali" (Scaruffi.com).
Con "I soliti ignoti" "il "comico" diventa "cosa seria"" (Pino Farinotti).
"È il 1° film comico italiano dove compare la morte, con personaggi invece di macchiette, una comicità venata di dramma e il tema dell'amicizia virile, raro nella cultura e nello spettacolo italiano" (il Morandini).
"I comici de I soliti ignoti cessano per la prima volta di essere delle marionette, delle maschere che giocano la comicità esclusivamente in chiave di gag, giochi di parole, gesti buffi o nonsense, e articolano i dialoghi e le trovate umoristiche su prove definite, a volte anche macchiettistiche e caricaturali, ma riferite sempre ad una sceneggiatura chiara… Con I soliti ignoti nasce in Italia un nuovo tipo di commedia comica che abbandona i canoni praticati nel cinema sino a quel momento, che risalivano sostanzialmente alla florida tradizione dell'avanspettacolo, del varietà o del Cafè Chantant… si apre alla quotidianità, alla realtà e innesta i suoi caratteri su precisi riferimenti sociali, chiari al pubblico che li vive spesso in prima persona (Wikipedia).

Ma non solo. Il film ebbe anche il merito di dare la possibilità all'immenso Totò di dispiegare in pieno la sua eccelsa arte recitativa, rivelò le insospettate doti comiche di Vittorio Gassman, diede a Marcello Mastroianni l'opportunità di delineare alla perfezione la figura del "disincantato" (che gli rimarrà addosso per molto tempo), offrì l'occasione a Renato Salvatori di maturare le sue doti, lanciò definitivamente due giovani emergenti come Carla Gravina e Claudia Cardinale, senza dimenticare i due fenomeni regionali Tiberio Murgia e Carlo Pisacane (non semplici macchiette ma personaggi indimenticabili a tutto tondo).
i classici


TopOfBlogs
Add to Technorati Favorites

giovedì 24 luglio 2008

I Classici: "Il Terzo Uomo"

Il terzo uomo (The Third Man) Un film di Carol Reed.
Con Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles, Trevor Howard, Bernard Lee, Paul Hörbiger, Ernst Deutsch, Siegfried Breuer, Erich Ponto, Wilfrid Hyde-White, Hedwig Bleibtreu.
Genere Thriller, b/n 104 minuti. - Produzione Gran Bretagna 1949.



Un autentico capolavoro, ridistribuito nel 2000 in edizione originale con sottotitoli italiani, campione d'incassi ai botteghini di tutto il mondo (con una colonna sonora, composta da Anton Karas, il cui tema centrale è nel cuore di tutti gli appassionati di cinema) e celebrato dalla critica tutta.

...è uno di quei film - ormai un classico del cinema britannico - che nascono da uno straordinario concorso di circostanze: un bel copione, un regista quarantenne nella sua stagione di grazia, una tela di fondo - Vienna - di grande suggestione grazie al bianconero di taglio espressionistico di Robert Krasker, il romantico commento musicale su cetra di Anton Karas, interpreti funzionali, un perfetto ingranaggio d'azione in cui la tecnica del giallo si coniuga con una sottile indagine psicologica. E Welles…Sua è la celebre battuta sull'Italia del Rinascimento e la Svizzera:"Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent'anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù" (MyMovies).

Carol Reed, regista dei brevi incontri, ha offerto nel dopoguerra il prototipo del film di spionaggio: ricerca dell'amico scomparso, ambientazione viennese, segreti di malaffare e una donna misteriosa, l'Alida Valli al suo fulgore (celebre camminata finale), che recita in inglese ma non incontrò mai sul set Orson Welles. Dati cult: il refrain della colonna sonora alla cetra, il copione di Graham Greene, una angolazione disperata della realtà trasfigurata dal cinema, la battuta sugli orologi a cucù svizzeri (Corriere della Sera).

Un classico del cinema di spionaggio torna sugli schermi cinquant'anni dopo la sua uscita nel 1949, senza che si siano affatto perduti il suo fascino buio, la meravigliosa fotografia in bianco e nero di Robert Krasker, la sceneggiatura tratta da Graham Greene da un proprio racconto, la musica indimenticata di Anton Karas (La Stampa).

Il terzo uomo è un piccolo capolavoro di contrappunto, un oggetto di precisione… (Ennio Flaiano).

Uno dei massimi capolavori di tutti i tempi (Cinemascope85).

Gli occhi gelidi e sensuali di Alida Valli, il sorriso ironico ed enigmatico di Orson Welles, la faccia bonaria e un po' ingenua di Joseph Cotten. Cinema degli sguardi: intensi, falsi, innocenti, malvagi. Sguardi che ingannano, che raccontano un amore, che lanciano segnali, che chiedono perdono e aiuto. Sguardi che sfidano. Sguardi su una città oscura, invernale, confusa, devastata dalla guerra. Senza questi sguardi Il Terzo uomo, capolavoro di Carol Reed, non avrebbe alcun senso… (SNNCI).

Palma d'oro a Cannes nel 1949, premio
Oscar alla fotografia nel 1950.
Nel 1999 il British Film Institute l'ha inserito al primo posto della lista dei migliori cento film britannici del XX secolo.

i classici



martedì 22 luglio 2008

I Classici: "Che fine ha fatto Baby Jane?"

Che Fine Ha Fatto Baby Jane? (What ever Happened to Baby Jane?) Regia di Robert Aldrich.
Con Bette Davis, Joan Crawford, Maidie Norman, Victor Buono, Marjorie Bennet, Anna Lee.
Drammatico , b/n, 132 min., 1962

Robert Aldrich ha toccato ogni genere di film, dal melodrammatico al bellico al noir alla commedia... E tutti hanno lasciato una traccia più o meno importante nella storia del cinema.

Inizialmente assistente alla regia di Charlie Chaplin e Jean Renoir, nel 1962 realizzò il suo capolavoro, il celeberrimo
"Che fine ha fatto Baby Jane?".

Una storia che racconta, con un coinvolgimento che ci inchioda dall'inizio alla fine, il triste destino delle star nel momento in cui le luci della ribalta non le illuminano più.

Un film talmente riuscito, che se fosse girato oggi, non andrebbe cambiato nemmeno di una virgola: è perfetto! Tutto (montaggio fotografia ambientazione costumi colonna sonora…) concorre a raggiungere un risultato eccezionale e a far sì che il film costituisca una vera e propria pietra miliare del noir.

Punta di forza è naturalmente l'indimenticabile duetto di bravura tra
Bette Davis e Joan Crawford: colpo di genio averle riunite!
Massime star negli anni 30/40, offrono qui la loro migliore performance raggiungendo traguardi difficilmente eguagliabili, in un continuo crescendo di tensione che culmina nello splendido finale (scena capolavoro dell'intera storia cinematografica).

Da vedere e rivedere, una vera lezione di cinema.

Agghiacciante il modo in cui il regista scava nelle menti dei suoi personaggi, descrivendone e compatendone complessi e manie. Il film rappresenta inoltre una grande innovazione nella tecnica di montaggio e darà il via al genere di cinema del terrore (Wikipedia).
Un capolavoro… (il Morandini).
Il film è talvolta eccessivo, però è anche forte e avvolgente (Walter Veltroni).
Regia chioroscurale e grandissima di Robert Aldrich. Film leggendario, che vede recitare gomito a gomito due tra le più grandi attrici del cinema americano di tutti i tempi (Cinedrome).
Il capolavoro del macabro… (Cinema.it).
i classici


TopOfBlogs
Add to Technorati Favorites

lunedì 21 luglio 2008

I Classici: "Mezzogiorno di fuoco"


Mezzogiorno di fuoco (High Noon) Regia di Fred Zinnemann.
Con Thomas Mitchell, Gary Cooper, Lloyd Bridges, Grace Kelly, Katy Jurado, Lon Chaney jr, Otto Kruger, Harry Morgan, Ian MacDonald, Eve McVeagh, Morgan Farley, Harry Shannon, Lee Van Cleef, Robert J. Wilke, Sheb Wooley.
Western, b/n 84 minuti, 1952.


"Mezzogiorno di fuoco" (1952), girato in un accecante (e magnifico) bianco e nero, è un atipico western ispirato al racconto "The Tin Star" di John W. Cunningham, che nel breve volgere di poco meno di un'ora e mezza narra mirabilmente l'evoluzione psicologica del protagonista davanti alla sfida che l'attende.

Ecco alcuni giudizi critici:

Grazie al sapiente montaggio, contrappuntato dal cadenzato leitmotiv "High Noon" ad ogni cambio di scena, la durata del film finisce per coincidere al secondo col tempo dell'azione, perché "Mezzogiorno di fuoco", più che un western classico, è un film tutto giocato su un'attesa che si taglia col coltello, amplificata ad libitum dai numerosi orologi disseminati per il set da Zinnemann (Paolo Boschi).

Per nulla invecchiato, scritto da Carl Foreman, "Mezzogiorno di fuoco" é uno dei più grandi western di sempre, costruito sulla quasi coincidenza del tempo del film con quello dell'azione.
Un modello di suspense e di costruzione ritmica del racconto, in cui gioca un ruolo di primo piano la musica di Dimitri Tiomkin, che modella gli stacchi del montaggio.
Ma anche una galleria di personaggi cui bastano poche battute per entrare nella memoria e una riflessione sulla violenza tutt'altro che banale, nella linea del cinema civile che piaceva al produttore Stanley Kramer.
Trasparente l'allegoria del clima di vigliaccheria e di conformismo del maccartismo: la commissione per le attività antiamericane mugugnò (la sequenza della Stella da sceriffo gettata nella polvere era una novità, all'epoca)
(Paolo Mereghetti).

Allegoria politica, western psicologico tesissimo o apoteosi di un eroismo pervaso di inquietudini, "Mezzogiorno di fuoco" è un film dal fascino intramontabile e le immagini di Will Kane mentre perlustra la strada principale di Hadleyville sono da annoverarsi tra le più memorabili del cinema americano (Il Cinema - Grande storia illustrata - vol.4, Ist. Geogr. De Agostini).

Gary Cooper (la massima figura di eroe che il cinema abbia mai creato, Gianni Amelio) ebbe per questa sua straordinaria interpretazione sia l'Oscar che il Golden Globe.
i classici


TopOfBlogs
Add to Technorati Favorites

venerdì 18 luglio 2008

I Classici: "Suspense"

Suspense (The Innocents) Un film di Jack Clayton.
Con Deborah Kerr, Michael Redgrave, Peter Wyngarde, Pamela Franklin, Mags Jenkins.
Fantastico, b/n 105 minuti, 1961.


Definito
la madre di tutti i grandi film gotici, "Suspense" è forse la migliore interpretazione di Deborah Kerr ( ... l'istitutrice, è stupendamente incarnata da Deborah Kerr, Corriere della Sera. Meravigliosa Deborah Kerr, Chiara Renda. La Kerr è mirabile, il Mereghetti) e il film più importante di Jack Clayton, uno dei registi più interessanti del cinema inglese.

Scrive il Farinotti: Tratto da una racconto di Henry James (Giro di vite), Jack Clayton firma forse uno dei capolavori del genere gotico che, a distanza di anni, riesce ancora a suscitare angoscia e paura per gli eventi raccontati. I punti di forza di Suspense sono la grande interpretazione di Deborah Kerr, ambigua tanto quanto la stessa atmosfera che regna nella casa, in alcuni momenti dolce e comprensiva, in altri fredda e invasata lei stessa; l'uso degli spazi interni e dei particolari architettonici, perfetti nel ricreare un'atmosfera angosciante degna del miglior espressionismo tedesco; l'uso della profondità di campo quanto mai azzeccata per suggerire ed evocare le presenze maligne che minacciano le anime e i cuori dei bambini.
Su MyMovies leggiamo: Ci sono film che li dimentichi entro una settimana. Altri li ricordi per una vita. A questo secondo piccolo gruppo appartiene "Suspense"... Non solo per la storia raccontata ma anche per i risvolti sociali (la pedofilia) e psicologici... Tutto è perfetto: regia, fotografia, scene, costumi, sceneggiatura e soprattutto l'incommensurabile Deborah Kerr. Sono convinto che "The Others" di Amenabar sia ispirato a questo capolavoro e che la Kidman abbia studiato la Kerr per la parte. Unica pecca: il titolo italiano "Suspense": sgrammaticato e idiota. Bellisimo, invece, l'originale: "The Innocents".
Nel suo Dizionario dei film George Sadoul ha scritto: Un "classico" del terrore, tratto da un piccolo classico della letteratura, il conturbante racconto di James. Il film riesce non solo a rendere l'atmosfera morbosa e tragica del racconto, ma anche un po' della sua freudiana ambiguità…
Ma infiniti sono i giudizi positivi su questo vero e proprio capolavoro.
Ad esempio
Zabriskiepoint afferma:
Un film che ancora adesso affascina nel suo lato sottilmente morboso di tutta la storia, soprattutto grazie all'angelica ed algida Kerr, che si rivela essere un "ghiaccio bollente", grazie ad una recitazione fatta di sottrazione e di piccoli sguardi a volte sorpresi a volte duri. Una "grande" interpretazione che dà un "grande" spessore al film, fatto di chiaroscuri (in tutti i sensi) e che poco alla volta ti coinvolge nella "spirale" del male del quale è intriso il film… Da non perdere. Assolutamente…
E
su il Davinotti leggiamo:
Coinvolgente ed angosciante, con un'atmosfera unica di inquietudine e mistero… Clayton gira magistralmente uno stupendo film di fantasmi che pur avendo quasi mezzo secolo sulle spalle, mantiene tutta la sua bellezza ed efficacia. Merito di una regia sobria e di una sceneggiatura riuscita che preferiscono, giustamente, puntare tutto su un'atmosfera morbosa e claustrofobica piuttosto che su facili e stupidi effettacci. Allo splendido risultato della pellicola contribuiscono una colonna sonora funzionale alla trama ed un'eccezionale interpretazione della Kerr. Gioiello.
i classici